Di Curzio Maltese.
Da La questua. Quanto costa la Chiesa agli italiani.
Gli spot della Chiesa cattolica sono per la maggior parte degli italiani l'unica fonte d'informazione sull'otto per mille. Ne conseguono una serie di pregiudizi diffusi. Credenti e non credenti sono convinti che la Chiesa cattolica usi i fondi dell'otto per mille soprattutto per la carità in Italia e nel Terzo mondo. Le due voci occupano il 90 per cento dei messaggi, ma costituiscono nella realtà soltanto il 20 per cento della spesa reale: l'80 per cento del miliardo di euro rimane alla Chiesa cattolica, per una serie di usi e destinazioni che le campagne pubblicitarie in genere non documentano.
Tanto meno, gli spot cattolici si occupano di informare che le quote non espresse nella dichiarazione dei redditi – il 60 per cento – sono comunque assegnate sulla base del 40 per cento di quanto è stato espresso e finiscono dunque al 90 per cento nelle casse della Cei. Questo compito, in effetti, spetterebbe allo Stato italiano. Lo Stato avrebbe avuto il dovere di illustrare e giustificare ai cittadini un meccanismo di "voto fiscale" unico al mondo. Inconcepibile non soltanto in nazioni in cui vige un ordinamento separatista fra Stato e Chiesa, come la Francia, ma anche nei paesi concordatari. In Spagna le quote non espresse nel "cinque per mille" rimangono allo Stato, come suggerirebbe la logica.
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Laici, Nonviolenti, Antiproibizionisti, Liberali, Federalisti
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domenica 28 agosto 2011
domenica 21 agosto 2011
Gli stratagemmi ai quali la Chiesa ricorre per evitare accertamenti fiscali sono infiniti
Di Curzio Maltese.
Da La questua. Quanto costa la Chiesa agli italiani.
Gli stratagemmi ai quali la Chiesa ricorre per evitare accertamenti fiscali sono infiniti. Ecco un esempio. Nel marzo del 2007, per far fronte all'espansione del turismo religioso, la Cei ha organizzato nella capitale un megaconvegno intitolato Case per ferie, segno e luogo di speranza. Gli atti e gli interventi dei relatori, scaricabili dal sito ufficiale della Cei, compongono di fatto un eccellente corso di formazione professionale per operatori turistici, tenuto da esperti del ramo e commercialisti non solo molto preparati – come il noto fiscalista romano Aurelio Curina –, ma anche dotati di una capacità divulgativa singolare per la categoria. Una visita al sito è largamente consigliabile a qualsiasi laico titolare di un albergo, di una pensione, di un bar o di un ristorante che non voglia ammattire dietro alle formule barocche del "fiscalese".
Fra le varie relazioni, fitte di norme civilistico-fiscali, alla voce swiftiana Qualche modesto suggerimento per difendervi nel prossimo futuro da accertamenti Ici (anche retroattivi) compare all'improvviso un agile manualetto di elusione fiscale. Pieno di trovate ingegnose utili a mascherare l'esercizio commerciale del turismo con la pratica religiosa. Ai gestori di alberghi religiosi si ricorda che: "a) l'ospite deve riconoscere la piena condivisione degli ideali e delle regole di condotta della religione cristiana; b) l'ospite deve impegnarsi a rispettare gli orari di entrata e di uscita; c) la casa per ferie metta a disposizione degli ospiti e la propria struttura e il proprio personale religioso per un'assistenza religiosa oltre l'annessa cappella" e così via.
Non importa, attenzione!, che le regole si rispettino davvero. Conta soltanto enunciarle, in modo da scansare gli accertamenti Ici. Quando alle Brigidine in piazza Farnese ho chiesto se avrei dovuto rispettare un regolamento interno, oppure orari particolari, o ancora partecipare a funzioni religiose – dal momento che non sono osservante –, la risposta della suora alle reception è stata un sorriso e la consegna della chiave del portone: "Torni pure all'ora che vuole".
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Da La questua. Quanto costa la Chiesa agli italiani.
Gli stratagemmi ai quali la Chiesa ricorre per evitare accertamenti fiscali sono infiniti. Ecco un esempio. Nel marzo del 2007, per far fronte all'espansione del turismo religioso, la Cei ha organizzato nella capitale un megaconvegno intitolato Case per ferie, segno e luogo di speranza. Gli atti e gli interventi dei relatori, scaricabili dal sito ufficiale della Cei, compongono di fatto un eccellente corso di formazione professionale per operatori turistici, tenuto da esperti del ramo e commercialisti non solo molto preparati – come il noto fiscalista romano Aurelio Curina –, ma anche dotati di una capacità divulgativa singolare per la categoria. Una visita al sito è largamente consigliabile a qualsiasi laico titolare di un albergo, di una pensione, di un bar o di un ristorante che non voglia ammattire dietro alle formule barocche del "fiscalese".
Fra le varie relazioni, fitte di norme civilistico-fiscali, alla voce swiftiana Qualche modesto suggerimento per difendervi nel prossimo futuro da accertamenti Ici (anche retroattivi) compare all'improvviso un agile manualetto di elusione fiscale. Pieno di trovate ingegnose utili a mascherare l'esercizio commerciale del turismo con la pratica religiosa. Ai gestori di alberghi religiosi si ricorda che: "a) l'ospite deve riconoscere la piena condivisione degli ideali e delle regole di condotta della religione cristiana; b) l'ospite deve impegnarsi a rispettare gli orari di entrata e di uscita; c) la casa per ferie metta a disposizione degli ospiti e la propria struttura e il proprio personale religioso per un'assistenza religiosa oltre l'annessa cappella" e così via.
Non importa, attenzione!, che le regole si rispettino davvero. Conta soltanto enunciarle, in modo da scansare gli accertamenti Ici. Quando alle Brigidine in piazza Farnese ho chiesto se avrei dovuto rispettare un regolamento interno, oppure orari particolari, o ancora partecipare a funzioni religiose – dal momento che non sono osservante –, la risposta della suora alle reception è stata un sorriso e la consegna della chiave del portone: "Torni pure all'ora che vuole".
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