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mercoledì 31 ottobre 2012

Abolizione del sostituto d'imposta, cui prodest? Una risposta ad Angelo Panebianco

Di Marco Sindona.

Scrivo queste righe animato da una sincera volontà di comprendere una cosa che mi è sempre parsa oscura, e spero che qualcuno vorrà aiutarmi a farlo. Lo spunto mi viene offerto da un articolo di Angelo Panebianco pubblicato su Sette del 26 ottobre 2012 in cui si riprende – senza citarli, naturalmente, ma questa non è una notizia... – un vecchio cavallo di battaglia dei radicali: la parificazione fiscale fra lavoratori autonomi e dipendenti, attraverso l'abolizione delle ritenute alla fonte sui redditi. L'argomento è noto: i lavoratori dipendenti sono onesti 'per forza' dal momento che lo Stato preleva le imposte prima ancora che essi ricevano lo stipendio, mentre i lavoratori autonomi hanno tutte le possibilità di occultare i propri redditi. La proposta è stata anche oggetto di referendum, poi se non ricordo male bocciati dalla Consulta*. Devo dire che, in tanti anni, ho quasi sempre condiviso le battaglie radicali, alcune con maggior entusiasmo, altre con minore, ma raramente sono stato del tutto contrario, come appunto in questo caso. Cercherò di spiegare i motivi della mia opposizione, sia con riferimento agli argomenti che mi sembra di avere colto negli anni da parte di dirigenti radicali, sia a quelli esposti da Panebianco.

I principali argomenti a favore della proposta sono due: la parificazione di trattamento fra autonomi e dipendenti, e la trasparenza fiscale. Per il primo, sgombrerei subito il campo da un equivoco: l'impossibilità per i dipendenti di evadere non è dovuta alle ritenute alla fonte, ma alla tipologia di contratto di lavoro. Anche senza ritenute, il lavoratore dipendente ha un reddito che nella maggior parte dei casi è noto o facilmente accertabile, e dunque ogni tentativo di evasione sarebbe velleitario. E comunque non capisco quale sia la logica di chi vuole dare al lavoratore dipendente lo stipendio lordo dicendogli: adesso fai quello che vuoi, paga le tasse se ti va, se no evadi come fanno gli autonomi. Salvo in un caso di cui parlerò più avanti, non mi sembra che rendere possibile l'evasione fiscale sia un obiettivo condivisibile. Inoltre, non si considera che per molti lavoratori dipendenti il fatto che il datore di lavoro effettui le ritenute e si occupi della dichiarazione dei redditi è una grande comodità e un risparmio di spesa. L'alternativa sarebbe un ulteriore aumento del già enorme numero di commercialisti e un ingolfamento dei centri pubblici di assistenza fiscale. Temo che i sostenitori di un sia pur teoricamente valido principio di autonomia e di libertà si troverebbero ad essere insultati da milioni di lavoratori dipendenti incazzati per nuove seccature che prima venivano loro risparmiate.

Veniamo al secondo argomento, la trasparenza fiscale. Si dice: con le ritenute alla fonte, non si ha la giusta percezione di quanto sia il carico fiscale. Qui i lavoratori dipendenti, a mio avviso, avrebbero diritto di incazzarsi ancor di più. Ma chi sostiene queste tesi ha mai visto una busta paga? Il lavoratore dipendente sa benissimo qual è il suo salario lordo e quale il netto, e nella busta paga sono indicate con precisione le diverse ritenute. In una vita precedente, quando Panebianco era vicino al Partito Radicale, sono stato anche suo amico, ma adesso, che dai radicali sembra così lontano, mi viene da chiedermi in quale astratto mondo egli viva, per ritenere che, uniformata la cittadinanza fiscale, «la divisione di interessi fra le diverse categorie di contribuenti scomparirebbe e i gestori della spesa pubblica si troverebbero a dover giustificare ogni uscita sino all'ultimo centesimo». Addirittura, questo sarebbe l'inizio di una nuova era in cui «ben pochi cittadini potrebbero ancora accettare l'attuale livello di imposizione fiscale» (che adesso evidentemente accettano per pura e semplice ignoranza). Come a dire che i politici fanno quel che vogliono dei nostri soldi non perché hanno in mano le leve di un sistema corrotto e in grado di auto-perpetuarsi – come Panebianco stesso denuncia in altri scritti – ma perché i lavoratori dipendenti sono ignari di quanto paghino di imposte. Analisi che mi sembra più appropriata ad un'Italia ottocentesca, contadina e analfabeta al 90% che a quella di oggi.

Curiosamente, non trovo mai citati quelli che a me sembrano i due soli argomenti validi a favore dell'abolizione delle ritenute alla fonte: dare la possibilità ai lavoratori dipendenti di fare obiezione fiscale, e sgravare le aziende da un compito che devono svolgere per conto dello Stato. Purtroppo ambedue gli argomenti sono deboli: il primo – pure importantissimo in linea di principio e carissimo ai radicali – perché in pratica non si è mai riusciti in Italia a organizzare una significativa obiezione fiscale – e per dare un segnale importante basterebbero e avanzerebbero i lavoratori autonomi –; il secondo perché lo sgravio per le aziende sarebbe più che compensato, come già detto, da un aggravio per i cittadini. Chiudo dicendo che quando ho provato a porre queste argomentazioni a militanti e dirigenti radicali non ho mai avuto risposte soddisfacenti, come se questa battaglia facesse parte di un generico armamentario liberale ma senza attenzione alle possibilità concrete di essere applicata alla realtà italiana. So però che alcuni dirigenti che si occupano di economia e lo stesso Pannella la ritengono una battaglia giusta ed importante, e questo mi fa ritenere che ci siano argomenti più validi di quelli che sono riuscito ad immaginare. Come ho detto all'inizio, con spirito aperto attendo di conoscerli.

* I radicali hanno cercato a più riprese nel corso degli anni Novanta di abolire per via referendaria il sostituto d'imposta (nel 1994, 1995, 1997 e 1999). I quesiti sono stati però sempre bocciati dalla Corte Costituzionale perché, secondo la Corte, riguardavano leggi tributarie e quindi violavano l'articolo 75 comma 2 della Costituzione [NdR].

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mercoledì 30 maggio 2012

Quale modello di sviluppo per l’Europa?


Lunedì prossimo, nell'ambito del ciclo di incontri 'Quale crescita per l'Europa?', il Circolo culturale 'Altiero Spinelli', in collaborazione con l'Università degli Studi di Milano, l'Ufficio di informazione di Milano del Parlamento Europeo e la Rappresentanza a Milano della Commissione Europea, organizza un dibattito dal titolo 'Quale modello di sviluppo per l’Europa?'. Partecipano: Alfonso Iozzo, economista e già presidente del Movimento Federalista Europeo; Alessandro Missale, docente di Economia europea presso l'Università degli Studi di Milano; Olivia Bonardi, docente di Diritto del lavoro presso l'Università degli Studi di Milano; Patrizia Toia, parlamentare europea del Partito Democratico. Introduce: Antonio Longo, direttore del Circolo culturale 'Altiero Spinelli'.

La crisi greca e dell'Eurozona mostrano che la politica di risanamento dei bilanci nazionali deve essere accompagnata da una politica di crescita e che questa deve essere fatta dall'Europa. Di quale crescita occorre parlare? Quattro-cinque anni di crisi finanziaria, economica e sociale mostrano che il vecchio modello di sviluppo economico non è più ripristinabile nelle stesse forme. Il ciclo della rivoluzione industriale si è chiuso ed è iniziata l'era della rivoluzione scientifica e tecnologica e dell'economia sostenibile (...). È indispensabile il varo di un piano europeo limitato ma decisivo per indicare la direzione di marcia a tutti gli operatori economici e sociali europei (...). Il rilancio degli investimenti di cui ha bisogno l'Europa nei settori delle energie rinnovabili, della ricerca scientifica e dell'innovazione devono essere attuati contando su 'risorse proprie' ed attivando l'emissione di Euro Project Bonds (...). Ma il nuovo modello di sviluppo non è solo una questione economica, ma anche sociale e politica ad un tempo. Ha a che fare con la necessità di riformare la struttura del vecchio 'welfare' che chiedeva contributi ai giovani per sostenere gli anziani (...) e che non è più sostenibile, per passare ad un nuovo 'welfare' basato sulla costituzione di alcuni beni pubblici essenziali in 'Fondo patrimoniale' a carattere pubblico. Esso manterrebbe la proprietà degli investimenti effettuati, al fine di disporre — con il reddito sia pure differito di tali investimenti — di risorse per le nuove generazioni (...). Sarebbe così possibile effettuare la svolta dal 'debito' al 'credito' pubblico e garantire un nuovo 'welfare' alle giovani generazioni. Dunque, un nuovo 'dividendo sociale' come elemento centrale del nuovo 'welfare' e del modello sociale europeo (Alfonso Iozzo).

Appuntamento lunedì 4 giugno alle ore 16:30, presso l'Aula 5 della Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano in via Conservatorio 7 (MM1 San Babila) a Milano.

(Grazie ad Antonio Longo e Alessandro Zunino per la segnalazione).

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lunedì 14 maggio 2012

Il nuovo Trattato sulla disciplina di bilancio: luci ed ombre del 'fiscal compact'


Oggi pomeriggio, nell'ambito del ciclo di incontri 'Quale crescita per l'Europa?', il Circolo culturale 'Altiero Spinelli', in collaborazione con l'Università degli Studi di Milano, l'Ufficio di informazione di Milano del Parlamento Europeo e la Rappresentanza a Milano della Commissione Europea, organizza un dibattito dal titolo 'Il nuovo Trattato sulla disciplina di bilancio: luci ed ombre del fiscal compact'. Partecipano: Antonio Longo, Circolo culturale 'Altiero Spinelli'; Bruno Marasà, direttore dell'Ufficio di informazione di Milano del Parlamento Europeo; Franco Praussello, docente di Economia dell'Integrazione Europea presso l'Università di Genova; Paolo Petracca, presidente provinciale delle ACLI di Milano; Francesca Balzani, Parlamento Europeo; Antonio Padoa Schioppa, docente di Storia del diritto presso l'Università degli Studi di Milano.

Il Consiglio Europeo del 9 dicembre 2011 ha varato un nuovo Trattato sulla disciplina di bilancio, il cosiddetto 'fiscal compact', sottoscritto da 25 Paesi dell'Unione Europea, con l'esclusione del Regno Unito e della Repubblica Ceca, e che entrerà in vigore non appena sarà ratificato da almeno 12 Paesi. Il Trattato mira a rendere più vincolanti le misure di sorveglianza sul deficit, sul debito e sul sistema delle sanzioni per gli Stati inadempienti, al fine di avere regole comuni, certe e condivise in tema di risanamento finanziario degli Stati membri della UE. Questa risposta alla crisi nazionale dei debiti pubblici, al di là dei limiti intrinseci (carattere intergovernativo della soluzione), non affronta il problema della crescita dell'economia europea, necessaria sia per la stessa opera di risanamento dei conti pubblici, sia per avviare uno sviluppo che renda l'Unione competitiva nel mondo. Né tanto meno affronta il problema dell'unione fiscale e del governo europeo dell'economia. Nel primo incontro del ciclo 'Quale crescita per l'Europa' i relatori si interrogheranno sul senso economico e politico del Trattato sul 'fiscal compact', evidenziandone potenzialità e limiti, nonché gli impatti sul quadro istituzionale dell'Unione.

Appuntamento lunedì 14 maggio alle ore 16:30, presso la sala conferenze dell'Ufficio di informazione di Milano del Parlamento Europeo in corso Magenta 59 (MM1/2 Cadorna) a Milano.

(grazie ad Antonio Longo per la segnalazione).

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domenica 26 febbraio 2012

Attualità del pensiero economico di Ernesto Rossi

Di Tito Boeri.
Da Ernesto Rossi. Un democratico europeo.

Il messaggio di Abolire la miseria è attuale anche perché Rossi è molto attento ad analizzare i rischi e i vincoli di ogni sistema di protezione sociale: il suo è quindi un messaggio forse utopico, ma anche realistico perché sottolinea i vincoli di efficienza economica che qualsiasi politica assistenziale e di contrasto alla povertà deve affrontare. In particolare, da buon economista, Rossi pone molta attenzione al rischio che politiche di questo genere possano ridurre gli incentivi al lavoro, ammonendo che non si dovesse favorire l'ozio o l'imprevidenza. Rossi è quindi perfettamente consapevole del rischio che un sistema di protezione sociale non ben congegnato possa disincentivare le persone da un serio impegno nella ricerca del lavoro. C'è il rischio di creare quelle che vengono chiamate oggi comunemente le «trappole» della povertà e della disoccupazione, per cui, di fatto, l'aiuto pubblico, attraverso il sistema dei trasferimenti sociali, toglie incentivi a uscire stabilmente dalla condizione di povertà, condannando le persone a restare nel loro stato d'indigenza. Dagli anni Quaranta, quando Rossi rifletteva su questi temi, molto si è fatto per migliorare il sistema dei trasferimenti sociali ed evitare disincentivi alla ricerca di un impiego. La sperimentazione, condotta in altri Paesi ormai da anni e con esiti soddisfacenti, permetterebbe quindi al nostro Paese di costruire un sistema di contrasto alla povertà efficiente, riducendo al minimo questi inconvenienti.

Rossi è molto attento anche al rischio della stigmatizzazione, ossia a non offendere la dignità umana attraverso il sistema dei trasferimenti sociali. In Abolire la miseria, c'è molta attenzione a queste forme di stigmatizzazione, che potrebbero essere associate alla concessione di trasferimenti per il contrasto alla povertà. Anche sotto questo profilo, Rossi è anticipatore di riflessioni che si sono sviluppate nel secondo dopoguerra in altri Paesi europei e che hanno portato a politiche di assistenza attente alla dignità umana e alla valorizzazione delle capacità individuali, attraverso meccanismi di giusta pressione sui beneficiari perché questi colgano le opportunità loro offerte per uscire dallo stato di bisogno. L'idea è quella di proporre uno scambio: noi ti aiutiamo se in cambio tu ti impegni davvero nella ricerca di un lavoro e nell'integrazione economica e sociale. Anche in questo senso, le preoccupazioni, giustamente poste da Rossi al centro delle sue riflessioni, hanno oggi trovato risposte soddisfacenti che rendono possibile, anche alla luce di questi vincoli, introdurre nel nostro Paese gli strumenti di protezione sociale da lui auspicati.

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lunedì 20 febbraio 2012

Abolire la proprietà intellettuale. Presentazione del libro di Michele Boldrin e David K. Levine


Lunedì prossimo gli Studenti Bocconiani Liberali - Milton Friedman Society organizzano un incontro con Michele Boldrin per parlare del suo ultimo libro, scritto in coppia con David K. Levine, Abolire la proprietà intellettuale, Laterza, 2012. Partecipano: Michele Boldrin, professore di Economia alla Washington University di St. Louis; Stefano Mauri, presidente del Gruppo editoriale Mauri Spagnol; Monica Bonacina, docente di Economia presso l'Università Bocconi di Milano.

Copyright e brevetti costituiscono un male inutile perché non generano maggiore innovazione ma solo ostacoli alla diffusione di nuove idee. Negli anni a venire la crescita economica dipenderà, sempre più, dalla nostra capacità di ridurre – e finalmente eliminare – il monopolio intellettuale, liberando la creatività diffusa che esso oggi opprime. Come nella battaglia per il libero commercio, il primo passo deve consistere nella distruzione delle fondamenta teoriche della posizione mercantilista la quale sostiene che, senza il monopolio intellettuale, l'innovazione sarebbe impossibile. È vero il contrario.

Appuntamento lunedì 27 febbraio alle ore 12:00, presso l'aula 42 dell'Università Bocconi in via Sarfatti 25 a Milano.

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domenica 22 gennaio 2012

Ichino e i radicali

Di Pietro Ichino.
Da Inchiesta sul lavoro. Perché non dobbiamo avere paura di una grande riforma.


...Hanno presentato insieme a me la denuncia [alla Commissione Europea] il 14 settembre scorso Emma Bonino, ex commissario europeo, Benedetto Della Vedova, firmatario con Enzo Raisi alla Camera della proposta di legge n. 4277/2011 modellata sul mio progetto flexsecurity, Antonio Funiciello, direttore di LibertàEguale, Giulia Innocenzi, responsabile del movimento Avaaz per l'Italia, che ha raccolto oltre novantamila firme per questa iniziativa, Nicola Rossi, esponente di Italia Futura, ed Eleonora Voltolina, fondatrice del sito La Repubblica degli Stagisti. Il nostro regime di apartheid fra protetti e non protetti è incompatibile con il diritto europeo...

...un progetto di radicale riscrittura e semplificazione dell'intera disciplina dei rapporti di lavoro nella forma di un nuovo codice del lavoro in 70 articoli, che mira al superamento del regime attuale di apartheid tra protetti e non protetti, comprendendo anche una radicale riforma della materia dei licenziamenti ispirata alle migliori esperienze nordeuropee. Il progetto è stato presentato in Parlamento già due anni fa da 55 senatori del Pd e radicali: il disegno di legge n. 1873...

...Il progetto flexsecurity, che con altri 54 senatori del Pd e radicali ho presentato in Parlamento nel 2009 (disegni di legge n. 1481 e n. 1873), si propone di attivare in Italia una combinazione simile a quella danese tra sicurezza dei lavoratori nel mercato e flessibilità delle strutture produttive...

...in occasione del dell'innalzamento dell'età di pensionamento delle donne nel settore pubblico: poi dopo neanche tre mesi, il capitolo di bilancio dove erano stati messi quei soldi è sparito e non se ne è saputo più nulla. È vero: è stata una vergogna. E sono stato tra i primi a denunciarla in Parlamento, insieme a Emma Bonino e Maria Ida Germontani...

...nel 2009 – un anno prima che si incominciasse a discutere degli accordi aziendali Fiat – ho presentato con numerosi altri senatori del Pd e radicali il disegno di legge n. 1872 che propone una profonda riforma del diritto sindacale, riproducendo sostanzialmente la riforma proposta con il libro del 2005, A che cosa serve il sindacato?, e anticipando di due anni l'accordo interconfederale che è poi arrivato il 28 giugno 2011. In estrema sintesi: diritto della maggioranza di stipulare con efficacia nei confronti di tutti, diritto della minoranza di non firmare il contratto conservando la rappresentanza riconosciuta in azienda...

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venerdì 25 novembre 2011

Meno tasse, meno Stato, più Libertà! Manifestazione a Milano con Annalisa Chirico


Domani pomeriggio il Tea Party Italiareferente ufficiale per l'Europa dei Tea Party Patriots USA, organizza una manifestazione a cui aderiscono moltissimi movimenti e associazioni liberali italiane. È la prima manifestazione nazionale di tutti i Tea Party del nostro paese contro l'invasione dello stato nella vita dei cittadini, contro un fisco oppressivo e una politica incapace di agire per il bene del paese. Un'occasione importante per per dire no a gran voce ad ulteriori tasse: no ad ulteriori aumenti dell'IVA, no all'ICI e no alle patrimoniali. Sì a riforme coraggiose in senso liberale, sì ai tagli alla spesa pubblica, sì alle liberalizzazioni e alla riduzione del carico fiscale.

Monti si è insediato al Governo e non ha ancora chiarito questo punto determinante: vuole rilanciare il paese tagliando la spesa, le tasse e liberalizzando o lo vuole fare prosciugando i risparmi degli italiani? Il governo tecnico si insedia per fare riforme impopolari che avrebbero scontentato l'elettorato di una parte o dell'altra, chiediamo a gran voce che queste riforme siano autenticamente liberali e non si traducano nella via più facile da percorrere: l'ennesimo salasso fiscale, dipinto come risolutivo, che darebbe però il colpo di grazia ad imprese, famiglie e ceto medio. Partecipano: Annalisa Chirico, Carlo Lottieri, Adriano Teso, Alessandro De Nicola, Giancarlo Pagliarini, Marco Respinti e molti altri ancora.

Appuntamento sabato 26 novembre alle ore 14:30, in piazza San Babila (MM1 San Babila) a Milano.

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domenica 20 novembre 2011

I senza pensione che pagano per gli altri

Di Walter Passerini e Ignazio Marino.
Da Senza pensioni. Tutto quello che dovete sapere sul vostro futuro e che nessuno osa raccontarvi.

Ma c'è di più, un paradosso tra i tanti per questa categoria di lavoratori. Oggi, i cosiddetti parasubordinati, coloro cioè che sono iscritti alla gestione separata dell'Inps (detta anche Inps 2, che si differenzia dall'Inps 1 in cui confluiscono solo i lavoratori dipendenti), pagano le pensioni a coloro che hanno il posto fisso. Il conto è presto fatto. Dall'ultimo rapporto Inps sulla situazione pensionistica in Italia, pubblicato nella primavera 2011, risultano iscritte alla gestione separata 1.720.000 persone. Per alcuni si tratta di una pensione supplementare, per la maggioranza dell'unica risorsa previdenziale. Agli iscritti corrispondono 245.220 pensioni vigenti al 31 dicembre 2010. Si tratta di 701,4 iscritti ogni cento pensioni, vale a dire molto contribuenti per pochi assegni riscossi. Il rapporto generale dell'Inps spiega che nel suo complesso in Italia esistono 130 iscritti ai regimi pensionistici per ogni cento pensioni.

Bene, nel caso dei cosiddetti parasubordinati, per la maggior parte in giovane età, per due terzi uomini e per un terzo donne, che andranno in pensione tra molti anni, si tratta di fatto di un sostegno economico alle casse dell'Inps. L'attuale ammontare medio di una pensione a gestione separata è di 1570 euro l'anno: 130 e 95,51 euro al mese, rispettivamente per uomini e donne. Amen. In merito a queste cifre va precisato (per non indurre in errore il lettore) che il ciclo del metodo contributivo è partito da soli 15 anni e non si è ancora concluso. Dunque 1570 euro si riferiscono a un soggetto che ha versato contributi dal 1996 a oggi.

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domenica 13 novembre 2011

Se io fossi ministro del Tesoro. Intervista a Marco Pannella leader della lista omonima

Di Franco Bechis.
Da MF - Il quotidiano dei mercati finanziari del 31 marzo 1992.


"Se fossi ministro del Tesoro mi ispirerei a Friedman. Per risanare l'economia partirei dall'abolizione di tutti gli ordini professionali. E poi chiederei a Bruxelles un piano Marshall per l'Italia per riconvertire il debito pubblico".

È tanto imprevedibile che in fondo uno se lo aspetta. La sorpresa per le urne '92 di Giacinto Pannella, detto Marco, è quella lista all'americana, con il nome del suo fondatore. L'uomo dei cento referendum, delle battaglie civili, dei digiuni, del Partito Radicale, della scheda bianca, del polo laico, dell'antiproibizionismo, del partito trasnazionale, e, perché no, l'uomo che ha portato in Parlamento Enzo Tortora, Toni Negri e Cicciolina, e che poi da quello stesso Parlamento è stato espulso fino a diventare quasi un desaparecido della politica, ora arriva alle elezioni più confuse della nostra storia recente vestendo i panni di un Bill Clinton all'italiana.

"Una piccola lista che però fa già paura" spiega a MF Pannella, "temono che in questo modo apriamo la strada al bi o tripartitismo. E sono già tutti impegnati a fare la controriforma istituzionale". Nell'ultimo week end l'ha spiegato a tutta la Ciociaria. Un comizio dietro l'altro, a Frosinone, a Terracina, nei paesini più sperduti. Affiancato da quel Nino Manfredi che ha rifiutato all'ultimo la candidatura per la Camera, ma che non si è tirato indietro, e piano piano si è scoperto grande affabulatore sui palchi un po' improvvisati del suo debutto politico.

Il tour elettorale è fitto di appuntamenti. E domenica sera finisce in un interminabile filo diretto con gli ascoltatori di un'emittente televisiva romana. Un passaggio obbligato per lui che in questi giorni lotta per avere il quorum: "Non è così", ribatte Pannella, "oggi lotto per una politica e sottolineo che sono l'unico ad avere il problema del quorum". Forse ce la farà, e ancora una volta arriverà a Montecitorio a tuonare dai banchi dell'opposizione. Ma non è uno scenario sicuro, perché la novità di Pannella è che questa volta si candida a essere un uomo di governo. L'altro giorno a un quotidiano ha confessato di aspirare al Ministero degli Esteri. "Ma noi", osserva Pannella, "siamo già una forza di governo da molti anni". Un esempio? "Propongo da anni la smilitarizzazione della Guardia di Finanza e dei Carabinieri, per unificarli alle forze di polizia. Mi sono mosso da qualche anno come si dovrebbe muovere un uomo di governo, un ministro degli Interni". E allora, perchè non ha mai trovato compagni di strada che lo portassero all'esecutivo? "A dire il vero talvolta li abbiamo trovati, ma su singole iniziative legislative. L'anomalia è piuttosto che non lo sono stato, e non lo sono stati Giovanni Negri, Emma Bonino e tutti gli altri. Perché? Perché c'è stata partitocrazia e non democrazia".

Come sarà allora il prossimo Pannella uomo d'esecutivo? Sorpresa: anche lui ha una ricetta per governare. E anche per risanare l'economia: "Se dovessi diventare superministro dell'Economia nel prossimo governo, la prima cosa che farei è abolire tutti gli orari obbligati del commercio, di qualsiasi tipo. Creerei problemi forse a 300-400 mila famiglie, ma rilancerei quell'economia un tempo chiamata di consumo e consentirei nello stesso tempo una vivibilità diversa delle nostre città". E ancora: "Abolirei anche la corporazione dei commercianti così come è concepita. Ritengo che quello che è più grave, che ingessa e soffoca il mercato qui da noi è più che altro il dato corporativista". Secondo Pannella bisognerebbe "attivare un piano di grandi opere pubbliche, ricorrendo a un maxi prestito internazionale, a scadenza trentennale, che potremmo chiedere magari in sede CEE. Certo, dovremmo fare lavorare per questo le maggiori imprese internazionali, consorziate come è accaduto in passato con il Canale di Suez. In questo modo manderemmo all'aria l'attuale lottizzazione degli appalti fra cooperative rosse, bianche o socialiste e nostre grandi imprese". Molto simile al programma economico di Craxi: "Sì, ma lui non può fare nessun appalto a 30 o a 50 anni. E mica può uscire da quella logica delle cooperative bianche, rosse e biancorosse".

L'idea del leader radicale è quella di "riconvertire nel maxi prestito internazionale anche parte dello stock del nostro debito pubblico. Alla CEE dovremmo chiedere anche di risanarci nei prossimi venti anni la nostra economia con una specie di piano Marshall europeo per l'Italia". Altra proposta: "Farei saltare la cassa integrazione, o per lo meno la rivedrei profondamente. Certo non seguirei strade come quella percorsa per il caso Olivetti, trasferendo un costo improduttivo da un settore all'altro".

Sì. Giacinto Pannella detto Marco ha proprio vestito panni nuovi. E calza a pennello questo abito di Bill Clinton all'italiana fino in fondo: "il mio riferimento economico? Milton Friedman, che ritengo un economista libertario. E in Italia Antonio Martino, che è in grado di dare suggerimenti a qualsiasi uomo di governo".

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domenica 11 settembre 2011

A proposito di esenzioni fiscali...

Di Charles Adams.
Da For Good and Evil. L'influsso della tassazione sulla storia dell'umanità.

C'è una suggestiva quantità di parole per descrivere i diversi tipi di immunità fiscale che esistono. I sistemi illegali vengono chiamati evasione; il giocare d'astuzia senza infrangere le regole viene definito elusione o pianificazione fiscale; le esenzioni sono delle scappatoie indicate nel codice tributario. I contribuenti che pagano la maggior parte delle imposte sono coloro che rimangono inattivi e non fanno nulla. Mentre una volta la pianificazione fiscale era un gioco esclusivo per i ricchi, ora è l'attività di tutti eccetto gli stupidi.

Personalmente credo che dovremmo descrivere tutte le immunità fiscali come evasione, perché ogni tipo di ricchezza (incluso il lavoro) dovrebbe pagare la sua giusta percentuale del costo necessario a mantenere la società. La ricchezza che non lo fa si sottrae alla propria responsabilità nei confronti della società che la protegge e la sostiene. L'etica fiscale dovrebbe riguardare sia i governi sia gli individui. Il fatto che i governi concedano delle esenzioni è immorale quanto il fatto che i cittadini nascondano il proprio reddito. Ovviamente questo è un concetto di moralità nuovo nel campo delle imposte, ma abbiamo bisogno di un modo di pensare nuovo da cui poter sviluppare nuove invenzioni fiscali.

Se a un qualsiasi cittadino venisse concessa l'immunità dalle leggi penali resteremmo tutti sbigottiti, eppure tolleriamo l'immunità dalle leggi fiscali su larga scala. Gruppi di pressione di ogni tipo chiedono e ricevono favori fiscali dal governo, proprio come molte classi di cittadini comuni che nel regno di Francia chiedevano e ricevevano titoli di nobiltà. Le costituzioni moderne privano i governi del diritto di concedere titoli di nobiltà; non dovrebbero forse essere privati anche del diritto di concedere l'immunità fiscale, che era esattamente quello che i titoli di nobiltà significavano nel regno di Francia? Il difetto maggiore del nostro sistema fiscale è il suo essere in conflitto con il fondamento della democrazia, vale a dire che una legge, per essere giusta, deve dispensare un trattamento uguale per tutti.

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domenica 28 agosto 2011

Come funziona l'otto per mille alla Chiesa Cattolica?

Di Curzio Maltese.
Da La questua. Quanto costa la Chiesa agli italiani.

Gli spot della Chiesa cattolica sono per la maggior parte degli italiani l'unica fonte d'informazione sull'otto per mille. Ne conseguono una serie di pregiudizi diffusi. Credenti e non credenti sono convinti che la Chiesa cattolica usi i fondi dell'otto per mille soprattutto per la carità in Italia e nel Terzo mondo. Le due voci occupano il 90 per cento dei messaggi, ma costituiscono nella realtà soltanto il 20 per cento della spesa reale: l'80 per cento del miliardo di euro rimane alla Chiesa cattolica, per una serie di usi e destinazioni che le campagne pubblicitarie in genere non documentano.

Tanto meno, gli spot cattolici si occupano di informare che le quote non espresse nella dichiarazione dei redditi – il 60 per cento – sono comunque assegnate sulla base del 40 per cento di quanto è stato espresso e finiscono dunque al 90 per cento nelle casse della Cei. Questo compito, in effetti, spetterebbe allo Stato italiano. Lo Stato avrebbe avuto il dovere di illustrare e giustificare ai cittadini un meccanismo di "voto fiscale" unico al mondo. Inconcepibile non soltanto in nazioni in cui vige un ordinamento separatista fra Stato e Chiesa, come la Francia, ma anche nei paesi concordatari. In Spagna le quote non espresse nel "cinque per mille" rimangono allo Stato, come suggerirebbe la logica.

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domenica 21 agosto 2011

Gli stratagemmi ai quali la Chiesa ricorre per evitare accertamenti fiscali sono infiniti

Di Curzio Maltese.
Da La questua. Quanto costa la Chiesa agli italiani.

Gli stratagemmi ai quali la Chiesa ricorre per evitare accertamenti fiscali sono infiniti. Ecco un esempio. Nel marzo del 2007, per far fronte all'espansione del turismo religioso, la Cei ha organizzato nella capitale un megaconvegno intitolato Case per ferie, segno e luogo di speranza. Gli atti e gli interventi dei relatori, scaricabili dal sito ufficiale della Cei, compongono di fatto un eccellente corso di formazione professionale per operatori turistici, tenuto da esperti del ramo e commercialisti non solo molto preparati – come il noto fiscalista romano Aurelio Curina –, ma anche dotati di una capacità divulgativa singolare per la categoria. Una visita al sito è largamente consigliabile a qualsiasi laico titolare di un albergo, di una pensione, di un bar o di un ristorante che non voglia ammattire dietro alle formule barocche del "fiscalese".

Fra le varie relazioni, fitte di norme civilistico-fiscali, alla voce swiftiana Qualche modesto suggerimento per difendervi nel prossimo futuro da accertamenti Ici (anche retroattivi) compare all'improvviso un agile manualetto di elusione fiscale. Pieno di trovate ingegnose utili a mascherare l'esercizio commerciale del turismo con la pratica religiosa. Ai gestori di alberghi religiosi si ricorda che: "a) l'ospite deve riconoscere la piena condivisione degli ideali e delle regole di condotta della religione cristiana; b) l'ospite deve impegnarsi a rispettare gli orari di entrata e di uscita; c) la casa per ferie metta a disposizione degli ospiti e la propria struttura e il proprio personale religioso per un'assistenza religiosa oltre l'annessa cappella" e così via.

Non importa, attenzione!, che le regole si rispettino davvero. Conta soltanto enunciarle, in modo da scansare gli accertamenti Ici. Quando alle Brigidine in piazza Farnese ho chiesto se avrei dovuto rispettare un regolamento interno, oppure orari particolari, o ancora partecipare a funzioni religiose – dal momento che non sono osservante –, la risposta della suora alle reception è stata un sorriso e la consegna della chiave del portone: "Torni pure all'ora che vuole".

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martedì 16 agosto 2011

I nodi al pettine

Di Giulia Cortese.

L'Italia, e più in generale l'Europa, sta attraversando tempi durissimi. La crisi attuale è paragonabile alla ben nota catastrofe del 1929, del crollo di Wall Street. Come siamo arrivati a questo punto? Non è più tanto importante stabilire se è nata prima la gallina o prima l’uovo, se cioè la colpa dell’attuale declino del sistema-Italia sia attribuibile alla sola classe politica, o coinvolga strati molto più ampi del paese. Quello che sembra certo è che la classe politica debba ora tentare un recupero di credibilità 'in extremis', una di quelle operazioni che innescano, nei pubblici e privati quel 'circolo virtuoso' di cui abbiamo disperatamente bisogno.

Il governo italiano è costretto ad agire in tempi rapidissimi, eppure anche di questi tempi assistiamo a degli 'spettacoli' che di certo non sono un modo per risolvere i nostri guai. Continuano ad arrivare sia a livello del governo locale, che del governo centrale, segnali fortemente negativi, e si moltiplicano le denunce di abusi, sprechi e clientele. Da sessant'anni, ossia da quando è nata la Repubblica italiana, il Parlamento ha inoltre manifestato una fama incessante di sedi, aggregati, dépendance, e sfoghi edilizi in cui collocare le sue propaggini. Secondo la Confindustria, una politica 'costosa e senza progetto', affidata a 179 mila eletti, costa ai cittadini 4 miliardi di euro l'anno. Seppure coscienti del discredito che li avvolge, i nostri politici evitano di auto-correggersi. Tanti autorevoli esponenti della politica hanno protestato contro i privilegi e gli sprechi, e lo hanno fatto anche svariate volte. In passato la predicazione è sempre rimasta tale, non si è certo tradotta in misure rigorose. I numerosi sforzi già compiuti per indurre la politica a essere più sobria, ad alleviare gli oneri che essa scarica sui cittadini, a rendere più trasparente il modo in cui viene gestito il denaro dei contribuenti, non hanno ottenuto risultati rilevanti. C'è stata magari qualche leggera sforbiciata temporanea, tanto per alleviare il malcontento diffuso, ma nulla più di questo.

L'impressione è che i 'marpioni della politica' si apprestino, ancora una volta, a star buoni per un po'. Ma per quanto, ancora? Quanto a noi cittadini italiani, saremo tutti costretti a subire tagli di deduzioni, detrazioni e sconti fiscali previsti per il 2013 e 2014. Una famiglia media potrebbe ritrovarsi a dover pagare mille euro di tasse in più in due anni. Ironia della sorte? Nel '94 Silvio Berlusconi, leader del PdL, ha combattuto la sua campagna elettorale sulla base di un programma che prometteva di abbassare il carico fiscale. Cosa si sia fatto poi di queste promesse non si sa. Tutto questo di cui si è detto pone a chi oggi deve chiedere sacrifici agli italiani un obbligo morale: chi chiede sacrifici ai cittadini, qualche sacrificio dovrà farlo pure lui. Questo per dimostrare di voler dare davvero un taglio a una condotta che appare sempre più insopportabile e ingestibile per le casse dello stato. Vale per il Palazzo, lo stato centrale, gli enti locali. Serve davvero una svolta, perché i cittadini non perdano del tutto la fiducia nelle Istituzioni.

Oggi come oggi l'Italia non si può certo permettere quello sperpero di denaro pubblico che c'è stato sotto i nostri occhi finora, e la diffusa tendenza a escludere l'entrata dei giovani dalle professioni da parte di caste professionali, le quali difendono con forza le loro rendite di posizione. Se in passato si fossero fatte quelle liberalizzazioni necessarie per lo sviluppo economico del paese, ora non sarebbe necessaria questa deriva statalista. Si è dormito troppo a lungo, si è aspettato che la situazione degenerasse prima di reagire. Il fatto è che notoriamente in Italia pagano sempre i soliti noti, ovvero la categoria a reddito fisso, mentre a farla franca sono moltissimi autonomi e più in generale, chi usufruisce di rendite finanziarie. L'unica alternativa alla cosiddetta 'macelleria sociale' sembra essere una qualche forma di patrimoniale, ancora da definirsi. Questo per evitare che venga unicamente penalizzata la piccola e media borghesia a reddito fisso.

Quanto alle tasse, una volta passata la bufera, più che un aumento è necessaria una drastica riduzione. Sarebbe un modo per affamare la bestia politico-burocratica, causa principale del malessere del nostro paese.

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sabato 13 agosto 2011

Contro le province

Di Marco del Ciello.

I provvedimenti annunciati dal Governo proprio in queste ore hanno riaperto un dibattito antico quanto la Repubblica. Risale infatti addirittura alla Costituente il primo confronto pubblico sull'opportunità di abolire le province. Vedremo se, almeno questa volta, alle parole seguiranno anche i fatti, ma vale la pena di ricapitolare i motivi per cui le province andrebbero non solo diminuite nel numero, come si propone il Governo, ma proprio eliminate.

Tutte le funzioni attualmente affidate alle province potrebbero essere svolte in modo più efficiente o dalle regioni o dai comuni: le regioni infatti hanno le dimensioni (e le conseguenti risorse) per affrontare i problemi più complessi, mentre i comuni hanno la sensibilità e la vicinanza necessarie per risolvere le questioni più minute. Ci sono due casi in cui i comuni non sono in grado di svolgere al meglio le loro funzioni e alle province tocca ricoprire un ruolo di supplenza: quando sono troppo grandi oppure quando sono troppi piccoli. Nel primo caso il nostro ordinamento prevede già due soluzioni complementari: le aree metropolitane per coordinare le attività con i più piccoli comuni limitrofi; le circoscrizioni, o municipi, per mantenere un rapporto diretto con i cittadini. Nel secondo caso la strada maestra da seguire è quella di accorpare i comuni più piccoli fino a raggiungere la massa critica necessaria; una strada che è già stata sperimentata con buoni risultati in Lombardia, la regione che più soffre di questo particolare problema.

Il costo monetario che le province impongono ai cittadini italiani è trascurabile, se rapportato alle dimensioni complessive del bilancio dello Stato, e si riduce in buona sostanza a stipendi e gettoni di presenza di assessori e consiglieri. Si stima che si collochi tra uno e due miliardi di euro all'anno. Lo stesso discorso non vale, però, per i costi decisionali, ovvero la burocrazia. Attualmente, ogni volta che deve essere presa una decisione che interessi un territorio appena più ampio di quello del singolo comune, devono essere coinvolte nel processo decisionale non solo la regione competente, ma anche la o le province che su quel territorio esercitano la propria giurisdizione. Il che si traduce in votazioni che devono avere luogo anche nelle giunte e nei consigli provinciali, oltre che in quelle comunali e regionali, con tutto ciò che ne consegue in termini di tempi e di ritardi sull'approvazione dei provvedimenti. E soprattutto con la difficoltà per il cittadino di attribuire correttamente le responsabilità ai politici coinvolti, per sapere anche chi punire e chi premiare al momento del voto. Si vedano, ad esempio, i casi dell'alta velocità ferroviaria in Val di Susa o della gestione dei rifiuti a Napoli, dove rimane oscura la distribuzione delle competenze.

In definitiva, possiamo sintetizzare così i principali vantaggi dell'abolizione delle province: significativa riduzione del numero di persone che vivono di politica; meno burocrazia; decisioni politiche più rapide; maggiore trasparenza nel processo decisionale.

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sabato 6 agosto 2011

Cambiare la Costituzione per essere più liberi?

Di Marco del Ciello.

L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

(Art. 41 Cost.)

Ieri sera il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il ministro dell'Economia Giulio Tremonti hanno tenuto una conferenza stampa per annunciare quattro proposte di politica economica. Una di queste consiste nella modifica dell'articolo 41 della Costituzione. Secondo gli esponenti del Governo, infatti, la formulazione di questo articolo impedirebbe di realizzare qualsiasi misura di liberalizzazione e di semplificazione burocratica a vantaggio delle imprese. Ma è davvero così? Il primo comma riconosce semplicemente la libertà di iniziativa economica privata, per cui non comporta problemi. I due commi successivi introducono, invece, due ordini di limitazioni a questa libertà.

Ma di che limiti si tratta? Secondo il comma 2, l'attività economica non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale: una formulazione generica che difficilmente può essere invocata in un giudizio di costituzionalità. Il comma pone come altri paletti la sicurezza, la libertà e la dignità umana. E non si vede perché a un privato (ma anche allo Stato) dovrebbe essere permesso di attentare alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana e cosa c'entri questo con le liberalizzazioni e la semplificazione burocratica. L'ultimo comma, infine, affida al legislatore il compito di coordinare e indirizzare l'attività economica pubblica e privata a fini sociali. In pratica, il documento di programmazione economica e finanziaria (dpef), che non mi sembra abbia mai rappresentato una seria minaccia alla libertà di iniziativa economica.

Se il Governo e il Parlamento rispettassero lo spirito e la lettera di questo articolo, noi oggi vivremmo nel paradiso del libero mercato. Forse sarebbe ora di cominciare ad applicarla questa Costituzione, cari ministri, prima di proporre modifiche strampalate.

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lunedì 25 luglio 2011

Flash mob di protesta: Adesso basta!

Riceviamo e pubblichiamo:

Flash mob di protesta: Adesso basta!

Mercoledì 27 luglio 2011, dalle ore 19 alle ore 19.30, ci troviamo in Piazza Affari per un Flash Mob, in cui manifestiamo alla politica e alla finanza che noi non ci stiamo alla regola del subire senza dire nulla. Le elezioni amministrative e i referendum hanno dato buoni segnali di partecipazione e desiderio di cambiamento, ma i problemi continuano ad esserci e la protesta non può andare in vacanza. Coloro che stanno al Governo e in Parlamento sono dipendenti pubblici. I loro datori di lavoro siamo noi. Dal punto di vista linguistico sarebbe interessante incominciare a smettere di chiamarli 'onorevoli' o 'leader', ma semplici 'rappresentanti'. Di fatto nulla dipende dalla classe dirigente che abbiamo. Questo è solo quello che hanno cercato di farci credere, e per certi aspetti, ci sono anche riusciti. Ora è il momento di dire: 'ADESSO BASTA!'.

La finanziaria appena entrata in vigore è stata fatta per soffocare ulteriormente il popolo e privilegiare chi non ne avrebbe bisogno. Non possiamo fare il loro gioco: facendo passare l'estate a lamentarci sul web e coi nostri amici. Alla finanziaria dobbiamo rispondere con un segnale, non possiamo farla passare attendendo di formulare una risposta più strutturata. I furbacchioni avranno tutto il tempo per organizzarsi con una controffensiva, che permetterà loro di tutelarsi. Non ce lo possiamo permettere e soprattutto: non glielo possiamo permettere! Durante il flash mob potrete imbucare idee e proposte concrete in una scatola. La lotta non deve fermarsi. Se non potete partecipare diffondete comunque: è importante essere in tanti. Chi ci sarà sarà uno, di quei tanti, liberi cittadini indignati, che vogliono cambiare le cose concretamente e hanno il coraggio di fare un primo passo scandendo in piazza.

Indicazioni pratiche per partecipare:

Vogliamo giocare con la potenza dell'ironia di due messaggi: ci avete svuotato le tasche e stendiamo pensieri puliti. Arriviamo tutti puntuali alle 19 indossando dei pantaloni di cui avremo rivoltato le fodere delle tasche vuote. Qualcuno porterà del filo per stendere i panni, ogni partecipante si porterà da casa delle mollette per il bucato e un foglio A4 su cui scriverà il proprio PENSIERO PULITO (per fare un'allusione a mani pulite, al popolo che deve saper pulire i propri panni, ognuno può giocarsela come meglio crede).

L'idea dei pensieri puliti potrebbe essere:
- suggerimento di una tassa (come se non ci avessero tassati abbastanza);
- legge di fantasia o legge assolutamente iniqua da mandare alla casta;
- un decreto legge ad personam da suggerire al mago di questo tipo di decreti.

Legheremo il filo a dei paletti e ognuno andrà ad appendere con le sue mollette il proprio pensiero pulito. È necessaria la presenza di amici fotografi e videomaker che documentino, perché questa performance deve circolare e comunicare il messaggio fondamentale: 'Il popolo c'è, risponde' anche con foto e video. Man mano che le persone arrivano vanno ad appendere il loro foglio col pensiero pulito. Non è importante che lo facciamo proprio tutti assieme (come nelle forme classiche di flash mob), l'importante è che l'azione di appendere pensieri puliti sia continua. Dobbiamo portare una scatola dove raccogliere idee e proposte per le prossime iniziative (chi arriva da casa e può lo comunichi per cortesia che magari si occupa della scatola). Con le persone interessate ad impegnarsi sulla raccolta firme per riformare il sistema elettorale, ci coordineremo per prossime iniziative.

In questi pochi giorni che ci rimangono dobbiamo diffondere l'iniziativa il più possibile:
- in Facebook invitare tutti i nostri amici all'evento e chiedere loro di fare altrettanto, condividete il link sulla vostra bacheca una volta al giorno affinché ci sia visibilità. Copiate e incollate il link (qui sotto) sulle pagine e sui gruppi di amici che potrebbero partecipare https://www.facebook.com/e​vent.php?eid=1716225395703​84;
- via mail mandate le informazioni anche a chi non ha o non si collega mai a Facebook;
- parlatene di persona a colleghi, parenti, amici, vicini di casa, compagni di tram, conoscenti, simpatici sconosciuti;
- chi fa parte o ha contatti con: comitati, compagnie di teatro, danza ecc... associazioni, sindacati o partiti o altro cerchi di coinvolgere tutti (non stiamo cercando bandiere che verrebbero strumentalizzate. Questo tipo di proteste sono di tutti);
- lunedì 25 luglio, chi ha contatti con giornalisti, cominci a far arrivare il comunicato;
- ricordiamoci di chiedere a tutti gli amici fotografi e videomaker di venire a documentare.

Con la speranza, che in tutta Italia, si accendano quei focolai che ci porteranno al cambiamento.

Appuntamento mercoledì 27 luglio alle ore 19:00, davanti alla sede della Borsa in piazza Affari (MM1 Cordusio) a Milano.

(Grazie a Shirin Chehayed per la segnalazione).

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giovedì 21 luglio 2011

Quanto dovrebbero guadagnare i politici? Una modesta proposta...

Di Marco del Ciello.

Un grafico pubblicato due giorni fa dal sito di informazione economica www.lavoce.info illustra in modo chiaro e conciso quello che noi cittadini italiani sospettavamo già da tempo: i nostri rappresentanti politici in Parlamento guadagnano troppo. Ma a quanto dovrebbe ammontare l'indennità parlamentare per essere equa? Io penso che un buon criterio di riferimento sarebbe il reddito medio, che stando ai dati dell'Istat corrisponde attualmente a un po' meno di 1.300 euro al mese. Si tratta di una misura statistica piuttosto rozza del benessere dei cittadini, ma ha il vantaggio di poter essere calcolata in modo rapido e affidabile. Avrebbe inoltre quattro vantaggi:

1) permetterebbe anche a chi non dispone di un patrimonio personale di svolgere il suo incarico in Parlamento come un lavoro a tempo pieno, mantenendo al tempo stesso un livello di consumi al di sopra della sopravvivenza;

2) costringerebbe i politici a sperimentare in prima persona le condizioni economiche in cui vivono la maggior parte dei loro concittadini, avendo quindi un'esatta percezione delle fasi di recessione e di espansione, oltre che delle eventuali difficoltà;

3) i politici subirebbero in prima persona gli effetti delle variazioni del reddito medio, sia in positivo che in negativo, e avrebbero quindi un incentivo diretto a impegnarsi per migliorare le condizioni economiche del paese;

4) dato che non è una cifra fissa, ma variabile, questo criterio potrebbe essere inserito in Costituzione e diventerebbe quindi molto difficile da modificare all'interno del Parlamento in un secondo tempo. Insomma, niente aumenti di stipendio approvati nottetempo.

Per i consiglieri regionali si potrebbe applicare il reddito medio della regione di riferimento e così anche per gli eletti negli enti locali. I risparmi per l'erario sarebbero interessanti, ma forse diventerebbe più difficile trovare candidati per le elezioni...

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lunedì 18 luglio 2011

Dinastie professionali: ecco le ultime

Di Giulia Cortese.

Decine di eccellenti laureati, potenziali professionisti che potrebbero contribuire a uno sviluppo economico e sociale del paese, restano tagliati fuori dal mercato del lavoro, da un lato a causa della crisi, dall'altro della clausura e dell'immobilismo degli ordini professionali. Gli ordini professionali italiani sono bloccati, chiusi in se stessi, non fanno gli interessi dei consumatori. La cosa più grave, però, è che la probabilità di superare l'esame per accedere ai vari ordini non dipende esclusivamente dalle qualità del candidato, ma soprattutto da altro. Basti pensare che, secondo alcune statistiche, aspiranti commercialisti veneziani hanno il 92% di probabilità di essere bocciati all'esame, mentre aspiranti commercialisti catanesi possono anche stappare lo spumante: sotto l'Etna non bocciano nessuno. Questo pare dimostrare quanto scriveva Indro Montanelli: così come sono servono solo a 'difendere le mafie di interessi corporativi'. Sarà veramente difficile che vengano aperte le professioni a noi giovani, se gli Ordini continuano ad inserire nelle commissioni d'esame (quelle che decidono chi si può iscrivere agli albi) persone che esercitano le professioni e che hanno tutto da perdere all'entrata di professionisti più bravi e più competenti di loro. Sappiamo che in Italia la parola 'merito' è abusatissima, ma la cosa che incuriosisce è che la sua valorizzazione, a quanto pare, dipende dall'area geografica. A tal punto mi sorge una domanda, anzi due: tutti i geni di una determinata professione nascono in una zona e tutti i somari dall'altra? I voti dipendono dalla bravura dei candidati o dal capriccio e dalle chiusure delle commissioni?

Proprio sulla questione delle liberalizzazioni, ultimamente, sono nate aspre polemiche. Vi era un provvedimento economico, in discussione al Senato, in cui si parlava della liberalizzazione delle professioni e si faceva riferimento all'abolizione di alcuni ordini professionali, in particolare quelli per avvocati e notai. L'articolo della manovra, il 39-bis, avrebbe irritato molti avvocati-Senatori e deputati del PdL, i quali hanno avviato una raccolta-firme alla Camera per protestare contro questa norma. Secondo alcune fonti parlamentari vicino al PdL, il numero di firme consegnate a Palazzo Madama sarebbe già un'ottantina, tanto che la maggioranza è stata costretta ad un dietrofront sull'emendamento. I firmatari, infatti, minacciavano di non votare la manovra qualora non fosse stato cambiato l'articolo in questione. Secondo Raffaele Fitto, ministro per i Rapporti con le regioni, sarebbe già stata raggiunta un'intesa tra maggioranza e governo sull'emendamento.

Sul tema delle liberalizzazioni ha mostrato un parere diverso Antonio Di Pietro, leader dell'IdV, il quale ha dichiarato di preferire che venga data una possibilità anche ai giovani avvocati di far carriera e di 'potersi misurare senza dover necessariamente passare attraverso l'imbuto di studi legali blasonati, che diventano importanti solo per le parcelle esose che fanno, piuttosto che per la loro abilità e bravura nel seguire i propri clienti'. Parere che, a mio avviso, è il più liberale tra tutti quelli che sono stati espressi finora. Ma l'Italia, si sa, non è un paese per liberali...

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domenica 17 luglio 2011

A proposito di ordini professionali...

Di Milton Friedman.
Da Capitalismo e libertà.

La liquidazione del sistema medioevale delle corporazioni fu un primo, indispensabile passo verso l'affermazione della libertà nel mondo occidentale. Fu un segno del trionfo delle idee liberali, e ampiamente riconosciuto per tale, il fatto che verso la metà del secolo XIX, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e, in minor misura, nel continente europeo, gli uomini potessero dedicarsi a qualsivoglia attività od occupazione economica di loro libera scelta, senza l'autorizzazione di autorità governative o, più genericamente, pubbliche. Negli ultimi decenni, però, si è registrato un regresso, con la crescente tendenza a limitare l'esercizio di particolari occupazioni a individui autorizzati ad esercitarle dallo stato.
[...].

Quello delle autorizzazioni (licenze) è un aspetto particolare di un fenomeno generale estremamente diffuso per cui, in forza di norme di legge, è fatto divieto ai singoli di dedicarsi a particolari attività economiche qualora non si conformino a determinate condizioni fissate da organi dello stato a tal fine istituiti. Le corporazioni medioevali erano un esempio particolare di un sistema esplicitamente ordinato alla designazione degli individui ai quali era consentito di svolgere determinate attività. Il sistema indiano delle caste ne è un altro esempio. In misura considerevole nel caso del sistema delle caste, in misura minore nel caso del sistema corporativo, le restrizioni venivano rispettate per effetto della pressione esercitata dalle generali costumanze sociali più che dall'esplicita statuizione delle pubbliche autorità.

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sabato 16 luglio 2011

Costi e sprechi della politica: il conto lo paghiamo noi

Di Giulia Cortese.

E così, tutto in una notte, è accaduto che una norma approvata di nascosto da tutti i partiti del paese gonfierà (ulteriormente) il portafoglio dei politici. Si tratta di una manovra blindata, o meglio quasi su tutto, perché di fatto è saltata solo di un punto: quello dei tagli ai costi della politica.
Tutto questo mentre negli Stati Uniti, Obama cerca di colmare il debito del suo paese invitando ciascuno dei suoi politici a prendersi le loro responsabilità rinunciando alle proprie 'vacche sacre', sapendo di non poter chiedere un solo centesimo ai suoi concittadini più poveri, se prima non taglia i costi e i privilegi della politica. E parliamo di vacche ben più magre delle nostre, sia chiaro. Per fare qualche esempio di come sia diversa la situazione dei nostri politici, stando al sito ufficiale dei Consigli regionali, lo stipendio netto di un consigliere molisano, tra indennità e rimborsi, arriva a 10.255 euro. Quello di un segretario pugliese a 11.417 euro. Quello di un semplice deputato sardo a 11.417. Quello del presidente della giunta del Veneto a 12.615. Del suo collega calabrese a 13.353. Ci spiega Antonio Merlo, della University of Pennsylvania, che ognuno di questi prende più di quanto guadagna al lordo il più pagato dei governatori americani. Basti pensare che quello dello Stato di New York prende 10.612 euro al mese, dai quali vanno tolte le tasse e tutto il resto. La cosa non finisce qui: ogni governatore statunitense ha in busta paga, mediamente, 93.450 euro, 7.787 al mese, ovvero la metà di quanto prende al netto il Presidente della Regione Sicilia.
Un parlamentare USA, Camera o Senato, riceve 10.315 euro lordi al mese: 1.389 in meno del 'trattamento mensile lordo' dei nostri deputati. Secondo il Sole24ore, sappiamo che questi ultimi incassano sotto questa voce 11.704 euro mensili, vale a dire tremila in più dei secondi in classifica (gli austriaci: 8.882), quattromila abbondanti più dei terzi (gli olandesi: 7.177), e cinquemila in più dei francesi (6.892). La cosa più 'divertente' di tutto ciò è che gli Spagnoli, nonostante il sorpasso in termini di Pil pro capite, sono pagati un quarto rispetto ai nostri: 2.921 euro.

Da non dimenticare è il trattamento che subiscono i cosiddetti 'portaborse' dei politici italiani, che ad ogni legislatura dovrebbero essere messi in regola, cosa che in generale non avviene, e se avviene, solo parzialmente. Eppure una soluzione al problema sarebbe molto semplice: basterebbe che il Parlamentare segnalasse alle Camere il proprio collaboratore, lasciando che siano queste a pagarlo. La realtà si dimostra ben diversa: i nostri politici trovano molto più comodo incassare i soldi e girarne solo una parte al povero assistente, promettendogli (ovviamente), che un giorno tirerà dentro anche lui. Se vogliamo fare un altro esempio di integrazione, proprio alla vigilia della manovra 'lacrime e sangue', l’ex Consigliere di Tremonti, Marco Milanese, si compiaceva per le vacanze al Plaza, le Ferrari Scaglietti e lo Yacht rivenduto per una somma doppia a quanto guadagna un presidente americano in tutto il suo mandato. Secondo le dichiarazioni di un consigliere radicale, Giuseppe Rossodivita, alla Regione Lazio, stando alla dichiarazione dei redditi, solo una trentina dei suoi colleghi dichiara di possedere un'auto. Gli altri, nonostante risultino essere proprietari di 'decine di appartamenti intestati', non possiederebbero apparentemente nessuna vettura. È un fatto curioso, considerando che quasi tutti, infatti, incassano ogni mese sontuosi rimborsi dichiarando di raggiungere il Consiglio con l'auto propria. Per quanto riguarda i rimborsi, come ci ha raccontato su La Repubblica Carlo Piccozza, non occorrono nemmeno fatture che certifichino gli spostamenti. Basta dichiarare a parole di aver compiuto un tot di kilometri per arrivare in via della Pisana. La Regione, naturalmente, paga: 35 centesimi al kilometro. Il tutto, ovviamente, è basato soltanto sulla parola, e non serve neanche uno scontrino. Come se non bastasse, c'è chi dopo l'elezione decide di spostare la propria residenza o il domicilio il più lontano possibile. Che problema c'è? Tanto nessuno controlla. Potremmo andare avanti anche per ore citando casi del genere, ma preferisco soffermarmi sul fatto che oggi c'è stato il voto definitivo alla Camera, intervento che prevederà una serie di tagli alle agevolazioni fiscali: dagli asili ai mutui. Il taglio di deduzioni, detrazioni e sconti fiscali previsto dalla manovra per il 2013 e 2014 potrebbe costare a una famiglia media mille euro di tasse in più in due anni. La cosa che emerge più chiaramente da questa vicenda è che il cosiddetto 'Popolo della Libertà' è più che altro un popolo di socialisti. All'interno del partito, infatti, gli ex socialisti sono la maggioranza e i liberali sono rimasti pochissimi, a mio avviso giusto Galan e Crosetto. E pensare che nel '94 Silvio Berlusconi, leader del PdL, ha combattuto tutte le sue campagne elettorali sulla base di un programma che prometteva di abbassare il carico fiscale. Ora vediamo che di quelle promesse non si è fatto nulla. Quest'ultima manovra, infatti, colpisce le classi sociali più disagiate, le famiglie monoreddito e anche il popolo delle partite Iva. Ironia della sorte? Durante la manovra è stato nominato più volte il Titanic, ma a differenza del Titanic, in questa situazione si salvano giusto i passeggeri di prima classe.

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