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giovedì 11 ottobre 2012

Se legalizzando io potessi... Dibattito con Claudia Sterzi e Carla Rossi


Domani l'associazione culturale studentesca Anime Salve Spa organizza un dibattito sull'antiproibizionismo dal titolo 'Se legalizzando io potessi...'. Partecipano: Stefano Gurciullo, economista e co-redattore del sito Quattrogatti.info; Carla Rossi, ordinaria di statistica medica presso l'Università di Roma Tor Vergata e rappresentante del Parlamento Europeo nel Consiglio di amministrazione dell'Osservatorio europeo sulle droghe e tossicodipendenza (EMCDDA); Chiara Cremonesi, consigliere regionale di Sinistra Ecologia e Libertà in Lombardia; Claudia Sterzi, segretaria dell'Associazione Radicale Antiproibizionisti; Eleonora Montani, docente di criminologia presso l'Università Bocconi. Modera: Laura Cesaris, docente di procedura penale presso l'Università Bocconi.

'Se legalizzando io potessi... combattere la criminalità organizzata? Arginare la tossicodipendenza? Aumentare il gettito fiscale? Nel 2005, Milton Friedman è stato il primo firmatario di un appello sottoscritto da oltre 500 economisti americani per denunciare gli enormi costi (7,7 miliardi di dollari all'anno) del proibizionismo sulla marijuana: considerava questa legge un sussidio virtuale del governo alla criminalità organizzata. Può la legalizzazione apportare benefici sociali ed economici? E soprattutto: può essa combattere la criminalità organizzata? Anime Salve Spa vorrebbe aprire un dibattito, con gli esperti e con gli studenti della comunità studentesca'.

Il dibattito sarà trasmesso in diretta su Radio Radicale.

Appuntamento venerdì 12 ottobre alle 12:00, presso l'aula N02 dell'edificio Velodromo dell'Università Bocconi in piazza Angelo Sraffa 13 a Milano.

www.radicalisenzafissadimora.org

giovedì 29 dicembre 2011

Il proibizionismo sulle droghe

Di Milton Friedman.
Da Newsweek del 1 maggio 1972.

'Il regno delle lacrime è finito. I bassifondi saranno presto solo un ricordo. Trasformeremo le nostre prigioni in fabbriche, magazzini e granai. Gli uomini cammineranno a testa alta, le donne sorrideranno e i bambini saranno felici. L'inferno resterà per sempre vuoto'. Con queste parole Billy Sunday, il noto predicatore evangelico a capo della crociata contro il demone dell'alcol, salutava l'inizio del proibizionismo nei primi anni Venti. Noi oggi sappiamo che la sue speranze erano destinate a non realizzarsi. Nuove prigioni dovettero essere costruite per ospitare i criminali generati dalla trasformazione del bere liquori in un crimine contro lo stato. Il proibizionismo minò il rispetto della legge, corruppe i poliziotti e creò un clima morale decadente, ma non fermò il consumo di alcolici. Nonostante questa tragica lezione, pare che siamo decisi a ripetere esattamente gli stessi errori nella gestione delle droghe.

Etica e opportunità

Sul piano etico, abbiamo noi il diritto di usare la macchina dello stato per impedire a un individuo di diventare un alcolista o un tossicodipendente? Per quanto riguarda i bambini, quasi tutti risponderebbero almeno un sì con qualche condizione. Ma per quanto riguarda gli adulti responsabili, io per esempio risponderei di no. Parlare con il potenziale tossicodipendente, sì. Spiegargli le conseguenze, sì. Pregare per e con lui, sì. Ma credo che non abbiamo il diritto di usare la forza, direttamente o indirettamente, per impedire a un nostro simile di suicidarsi, non parliamo quindi di bere alcolici o assumere droghe. Sono disposto ad ammettere che la questione etica è complessa e che uomini in buona fede potrebbero benissimo essere in disaccordo con me. Per fortuna, però, non dobbiamo risolvere la questione etica per trovare un accordo sulle politiche da seguire. Il proibizionismo è infatti un tentativo di cura che peggiora le cose – sia per il tossicodipendente sia per noi altri. Perciò, anche se si ritiene che l'attuale politica sulle droghe sia giustificata sul piano etico, considerazioni di opportunità fanno apparire quella stessa politica molto poco saggia.

Pensiamo prima al tossicodipendente. Legalizzare le droghe potrebbe far aumentare il numero di tossicodipendenti, ma non è certo che lo farebbe. Il frutto proibito è attraente, soprattutto per i giovani. Più importante, molti tossicodipendenti sono deliberatamente resi tali dagli spacciatori, che danno ai potenziali clienti le prime dosi gratis. Allo spacciatore conviene comportarsi così perché, una volta preso all'amo, il tossicodipendente è un cliente sicuro. Ma se le droghe fossero disponibili in modo legale, ogni possibile profitto derivante da un'attività così disumana sparirebbe, perché il tossicodipendente potrebbe acquistare la droga dal fornitore più economico. Qualunque cosa accada al numero dei tossicodipendenti, il singolo tossicodipendente starebbe sicuramente molto meglio se le droghe fossero legali. Oggi le droghe sono un prodotto incredibilmente costoso e di qualità molto incerta. I tossicodipendenti sono spinti a entrare in contatto con criminali per procurarsi la droga, a diventare loro stessi criminali per finanziare il proprio vizio e a correre un costante rischio di morte e malattia.

Passiamo adesso a noi altri. Qui la situazione è di una chiarezza cristallina. I danni che noi subiamo a causa della dipendenza altrui derivano quasi esclusivamente dal fatto che le droghe sono illegali. Un comitato dell'American Bar Association ha di recente stimato che i tossicodipendenti commettono da un terzo a metà di tutti i crimini di strada degli Stati Uniti. Se legalizzassimo le droghe, il numero di crimini di strada crollerebbe. Senza contare che i tossicodipendenti e gli spacciatori non sono gli unici a essere corrotti. Sono in gioco somme enormi. È inevitabile quindi che alcuni poliziotti e funzionari governativi relativamente poco pagati – così come anche alcuni tra quelli più pagati – cedano alla tentazione di guadagnare soldi facili.

Sicurezza

Legalizzare le droghe ridurrebbe la quantità di crimini e al tempo stesso migliorerebbe la qualità dell'applicazione della legge. Riuscite a immaginare un qualsiasi altro provvedimento che otterrebbe un simile risultato nel promuovere la sicurezza dei cittadini? Ma, si potrebbe dire, dobbiamo quindi accettare la sconfitta? Perché non mettere semplicemente fine al traffico di droga? Qui è dove l'esperienza del periodo del proibizionismo è più rilevante ai nostri fini. Non possiamo infatti mettere fine al traffico di droga. Potremmo anche bloccare l'oppio che arriva dalla Turchia, ma ci sono innumerevoli altri posti dove il papavero da oppio cresce. Con l'aiuto della Francia, potremmo poi rendere Marsiglia un luogo inadatto alla produzione di eroina, ma ci sono innumerevoli altri posti dove le semplici operazioni necessarie alla produzione di droga possono essere portate a termine. Finché grandi somme di denaro saranno coinvolte – e sono destinate a esserlo se le droghe restano illegali – è letteralmente impossibile aspettarsi di porre fine al traffico di droga o anche di ridurre in maniera significativa la sua portata. Per quanto riguarda le droghe, così come in altri campi, infatti, la persuasione e l'esempio possono essere molto più efficaci rispetto all'uso della forza nel modellare il comportamento degli altri a nostra immagine.

(Traduzione a cura di Marco del Ciello).

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domenica 13 novembre 2011

Se io fossi ministro del Tesoro. Intervista a Marco Pannella leader della lista omonima

Di Franco Bechis.
Da MF - Il quotidiano dei mercati finanziari del 31 marzo 1992.


"Se fossi ministro del Tesoro mi ispirerei a Friedman. Per risanare l'economia partirei dall'abolizione di tutti gli ordini professionali. E poi chiederei a Bruxelles un piano Marshall per l'Italia per riconvertire il debito pubblico".

È tanto imprevedibile che in fondo uno se lo aspetta. La sorpresa per le urne '92 di Giacinto Pannella, detto Marco, è quella lista all'americana, con il nome del suo fondatore. L'uomo dei cento referendum, delle battaglie civili, dei digiuni, del Partito Radicale, della scheda bianca, del polo laico, dell'antiproibizionismo, del partito trasnazionale, e, perché no, l'uomo che ha portato in Parlamento Enzo Tortora, Toni Negri e Cicciolina, e che poi da quello stesso Parlamento è stato espulso fino a diventare quasi un desaparecido della politica, ora arriva alle elezioni più confuse della nostra storia recente vestendo i panni di un Bill Clinton all'italiana.

"Una piccola lista che però fa già paura" spiega a MF Pannella, "temono che in questo modo apriamo la strada al bi o tripartitismo. E sono già tutti impegnati a fare la controriforma istituzionale". Nell'ultimo week end l'ha spiegato a tutta la Ciociaria. Un comizio dietro l'altro, a Frosinone, a Terracina, nei paesini più sperduti. Affiancato da quel Nino Manfredi che ha rifiutato all'ultimo la candidatura per la Camera, ma che non si è tirato indietro, e piano piano si è scoperto grande affabulatore sui palchi un po' improvvisati del suo debutto politico.

Il tour elettorale è fitto di appuntamenti. E domenica sera finisce in un interminabile filo diretto con gli ascoltatori di un'emittente televisiva romana. Un passaggio obbligato per lui che in questi giorni lotta per avere il quorum: "Non è così", ribatte Pannella, "oggi lotto per una politica e sottolineo che sono l'unico ad avere il problema del quorum". Forse ce la farà, e ancora una volta arriverà a Montecitorio a tuonare dai banchi dell'opposizione. Ma non è uno scenario sicuro, perché la novità di Pannella è che questa volta si candida a essere un uomo di governo. L'altro giorno a un quotidiano ha confessato di aspirare al Ministero degli Esteri. "Ma noi", osserva Pannella, "siamo già una forza di governo da molti anni". Un esempio? "Propongo da anni la smilitarizzazione della Guardia di Finanza e dei Carabinieri, per unificarli alle forze di polizia. Mi sono mosso da qualche anno come si dovrebbe muovere un uomo di governo, un ministro degli Interni". E allora, perchè non ha mai trovato compagni di strada che lo portassero all'esecutivo? "A dire il vero talvolta li abbiamo trovati, ma su singole iniziative legislative. L'anomalia è piuttosto che non lo sono stato, e non lo sono stati Giovanni Negri, Emma Bonino e tutti gli altri. Perché? Perché c'è stata partitocrazia e non democrazia".

Come sarà allora il prossimo Pannella uomo d'esecutivo? Sorpresa: anche lui ha una ricetta per governare. E anche per risanare l'economia: "Se dovessi diventare superministro dell'Economia nel prossimo governo, la prima cosa che farei è abolire tutti gli orari obbligati del commercio, di qualsiasi tipo. Creerei problemi forse a 300-400 mila famiglie, ma rilancerei quell'economia un tempo chiamata di consumo e consentirei nello stesso tempo una vivibilità diversa delle nostre città". E ancora: "Abolirei anche la corporazione dei commercianti così come è concepita. Ritengo che quello che è più grave, che ingessa e soffoca il mercato qui da noi è più che altro il dato corporativista". Secondo Pannella bisognerebbe "attivare un piano di grandi opere pubbliche, ricorrendo a un maxi prestito internazionale, a scadenza trentennale, che potremmo chiedere magari in sede CEE. Certo, dovremmo fare lavorare per questo le maggiori imprese internazionali, consorziate come è accaduto in passato con il Canale di Suez. In questo modo manderemmo all'aria l'attuale lottizzazione degli appalti fra cooperative rosse, bianche o socialiste e nostre grandi imprese". Molto simile al programma economico di Craxi: "Sì, ma lui non può fare nessun appalto a 30 o a 50 anni. E mica può uscire da quella logica delle cooperative bianche, rosse e biancorosse".

L'idea del leader radicale è quella di "riconvertire nel maxi prestito internazionale anche parte dello stock del nostro debito pubblico. Alla CEE dovremmo chiedere anche di risanarci nei prossimi venti anni la nostra economia con una specie di piano Marshall europeo per l'Italia". Altra proposta: "Farei saltare la cassa integrazione, o per lo meno la rivedrei profondamente. Certo non seguirei strade come quella percorsa per il caso Olivetti, trasferendo un costo improduttivo da un settore all'altro".

Sì. Giacinto Pannella detto Marco ha proprio vestito panni nuovi. E calza a pennello questo abito di Bill Clinton all'italiana fino in fondo: "il mio riferimento economico? Milton Friedman, che ritengo un economista libertario. E in Italia Antonio Martino, che è in grado di dare suggerimenti a qualsiasi uomo di governo".

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domenica 17 luglio 2011

A proposito di ordini professionali...

Di Milton Friedman.
Da Capitalismo e libertà.

La liquidazione del sistema medioevale delle corporazioni fu un primo, indispensabile passo verso l'affermazione della libertà nel mondo occidentale. Fu un segno del trionfo delle idee liberali, e ampiamente riconosciuto per tale, il fatto che verso la metà del secolo XIX, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e, in minor misura, nel continente europeo, gli uomini potessero dedicarsi a qualsivoglia attività od occupazione economica di loro libera scelta, senza l'autorizzazione di autorità governative o, più genericamente, pubbliche. Negli ultimi decenni, però, si è registrato un regresso, con la crescente tendenza a limitare l'esercizio di particolari occupazioni a individui autorizzati ad esercitarle dallo stato.
[...].

Quello delle autorizzazioni (licenze) è un aspetto particolare di un fenomeno generale estremamente diffuso per cui, in forza di norme di legge, è fatto divieto ai singoli di dedicarsi a particolari attività economiche qualora non si conformino a determinate condizioni fissate da organi dello stato a tal fine istituiti. Le corporazioni medioevali erano un esempio particolare di un sistema esplicitamente ordinato alla designazione degli individui ai quali era consentito di svolgere determinate attività. Il sistema indiano delle caste ne è un altro esempio. In misura considerevole nel caso del sistema delle caste, in misura minore nel caso del sistema corporativo, le restrizioni venivano rispettate per effetto della pressione esercitata dalle generali costumanze sociali più che dall'esplicita statuizione delle pubbliche autorità.

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venerdì 7 gennaio 2011

Il welfare liberale secondo Milton Friedman

Di Milton Friedman.
Da Capitalismo e Libertà.

Due cose sembrano comunque chiare. Prima di tutto, se l'obiettivo è quello dell'alleviamento della povertà, noi dobbiamo dar vita a un programma inteso ad assistere i poveri. È perfettamente ragionevole aiutare il povero che sia, per esempio, un coltivatore, non perché egli è un coltivatore, ma semplicemente perché è povero. Il programma, cioè, dovrebbe essere diretto ad assistere i singoli in quanto tali e non come membri di un dato gruppo professionale o di un dato gruppo di età o di un dato gruppo di livello salariale o di date industrie od organizzazioni sindacali. Questo è un difetto dei programmi di sostegno all'agricoltura, dell'assistenza generale alla vecchiaia, delle leggi sui minimi salariali, della legislazione a favore dei sindacati, dei dazi doganali, del sistema delle licenze all'esercizio del mestiere e della professione, e così via in una interminabile sequenza. In secondo luogo, nella misura del possibile, il programma dovrebbe operare attraverso il mercato, senza distorcere il mercato stesso o impedire il suo funzionamento. Questo è il difetto tipico dei programmi di sostegno dei prezzi, delle leggi sui minimi salariali, dei dazi doganali e simili.
Il congegno che meglio di altri sembra giustificato sotto il profilo puramente tecnico è quello di un'imposta negativa sul reddito.

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