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giovedì 4 aprile 2013

martedì 2 aprile 2013

V congresso Radicali Senza Fissa Dimora: rinnovo delle cariche e Mozione Generale



Il V congresso dell'associazione Radicali Senza Fissa Dimora, tenutosi il 24 marzo presso lo Spazio Kronos, ha eletto segretario dell'associazione Emiliano Silvestri e tesoriere Marco Di Salvo. Ecco l'Audio del congresso a cui hanno partecipato tra gli altri, Maurizio Turco (tesoriere del PRNTT), Sergio Ravelli, Bruno Mellano, Monica Mischiatti e altri compagni delle associazioni del PRNTT.
Qui di seguito la mozione politica generale approvata dall'assemblea.
Mozione politica generale

Il 5° congresso dell'Associazione radicale "Radicali Senza Fissa Dimora"

Ringraziail tesoriere ed il segretario e ne approva le relazioni congressuali
Ringrazia tutti gli intervenuti all'assemblea congressuale e sottolinea con profonda soddisfazione l'eccellente livello delle riflessioni portate nel dibattito congressuale e sulla situazione del Partito Radicale in generale.

Ricordadi avere condiviso in questi anni - e di aver collaborato per quanto è stato possibile – la lotta Nonviolenta di Marco Pannella, tesa a portare alla coscienza delle cittadine e dei cittadini di questo nostro disgraziato Paese il reiterato comportamento dello Stato italiano che lo rende responsabile di gestione letteralmente criminale della giustizia. (Condizione fuorilegge ben illustrata dai pronunciamenti della Corte Europea dei diritti dell’Uomo contro l’Italia a causa della irragionevole durata dei processi e dei trattamenti inumani e degradanti nei confronti dei detenuti)

Ribadisce come l'unica soluzione in grado di porre fine alla flagranza di reato dello Stato italiano sia oggi un provvedimento di amnistia;
Ribadisce che tale provvedimento sarebbe oggi l’unico strumento in grado di porre il problema di una radicale riforma della giustizia penale e civile in Italia;


Individua, anche dopo il successo dello scorso anno, nello strumento del "Radical Party" (ovvero le pagode che hanno stazionato in piazza Cordusio) una soluzione efficace per rilanciare a livello locale l'azione del PRNTT (e dei soggetti costituenti).

Impegnagli organi dirigenti e gli iscritti a raccogliere per il 2013 almeno 25 iscritti al PRNTT e a rendere possibile anche nell'anno in corso l'installazione di pagode "Radical Party" nel centro di Milano. Punto dal quale rispondere all'ostracismo dei mezzi di comunicazione nei confronti dei temi dell'azione politica radicale e momento di incontro per le iniziative di tutti i soggetti radicali.
Invitagli iscritti e gli organi dirigenti ad attivarsi per la campagna “EutanaSia Legale” lanciata dall'associazione per la ricerca scientifica Luca Coscioni
Impegnagli iscritti e gli organi dirigenti nell'organizzazione, in occasione dell'anniversario della scomparsa di Enzo Tortora, all'organizzazione di un momento di riflessione e di dibattito sulla situazione giustizia in Italia, partendo dai “casi Tortora” odierni (vicenda carcerazione preventiva per Ambrogio Crespi e vicenda Del Turco, per fare solo i due esempi più eclatanti)



www.radicalisenzafissadimora.org

martedì 19 marzo 2013

Carceri, l'emergenza dimenticata di Marco del Ciello


Durante l’ultima campagna elettorale due importanti esponenti del Partito Democratico hanno trovato il tempo di incontrare i detenuti e di verificare di persona le loro condizioni di vita: il 29 gennaio il segretario Pierluigi Bersani, all’epoca candidato della coalizione di centrosinistra alla Presidenza del Consiglio, ha visitato il carcere Due Palazzi di Padova; pochi giorni dopo, il 6 febbraio, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è recato invece a Milano a San Vittore.(prosegue su Carceri, l'emergenza dimenticata)
www.radicalisenzafissadimora.org

giovedì 7 marzo 2013

Convocazione V° Congresso Associazione Radicali Senza Fissa Dimora (24 marzo 2013)


Cara compagna, caro compagno,

Domenica 24 marzo 2013 si terrà il quinto congresso della nostra associazione.
Sono settimane complicate per la comunità radicale nel suo complesso, piene di interrogativi e dubbi sulla nostra forza nell'affrontare il futuro e sulle scelte che negli ultimi anni ci hanno caratterizzato, a partire dalla sempre più complessa battaglia a favore dell'amnistia.
Molti tra di noi hanno espresso contrarietà sulle ultime scelte e di certo il risultato elettorale non ha contribuito a svelenire il clima. Anche per questo siamo convinti che oggi servano momenti di confronto e discussione, anche e soprattutto dentro il variegato mondo radicale, nella speranza che al più presto si giunga ad una soluzione che permetta a tutti di ripartire con maggior efficacia.
Anche per questo abbiamo deciso di dedicare l'intera giornata di domenica al congresso, che si aprirà con un confronto sulle prospettive della galassia radicale, dibattito che vedrà la partecipazione dei rappresentanti delle altre associazioni collegate al PRNTT e che sarà introdotto da una relazione del tesoriere del PRNTT Maurizio Turco, mentre nella seconda parte ci concentreremo sulle prospettive della nostra associazione per il 2013 e sull'elezione degli organi dirigenti.
La nostra riunione può apparire ben poca cosa di fronte a questi impegni, ma sarà certamente un momento di riflessione e di riorganizzazione importante per condurre al meglio le battaglie che ci troveremo davanti nel corso dell'anno. Nei prossimi giorni ti invieremo l'ordine del giorno e le informazioni logistiche per l'assemblea, certi che non vorrai mancare a questo incontro.  
A presto
Marco Di Salvo / Emiliano Silvestri
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domenica 25 novembre 2012

Chi è Ambrogio Crespi? E perché si trova in carcere da 47 giorni?


A cura di Marco del Ciello.

Ambrogio Crespi, fratello del più noto sondaggista Luigi Crespi, è un professionista di successo nel settore della comunicazione e dirige il quotidiano on line Clandestinoweb. Negli anni si è anche impegnato a denunciare i mali della giustizia italiana, spesso a fianco dei radicali. Il 10 ottobre scorso è stato arrestato nell'ambito dell'inchiesta sui rapporti tra l'ex assessore lombardo Domenico Zambetti e l'organizzazione criminale 'Ndrangheta. Si trova attualmente recluso nel carcere di Opera, alle porte di Milano, in attesa di giudizio. Il suo caso presenta notevoli analogie con quello di Enzo Tortora: dall'abuso della carcerazione preventiva all'assenza di prove oggettive.


Giuseppe Rossodivita, consigliere regionale della Lista Bonino-Pannella nel Lazio e avvocato difensore di Crespi, spiega in un'intervista rilasciata il 10 novembre scorso a Radio Radicale la vicenda giudiziaria del suo assistito:



La deputata radicale Rita Bernardini, nel corso della puntata del 17 novembre scorso del programma 'Omnibus' in onda su La7, cita il caso di Ambrogio Crespi come esempio dei mali della giustizia italiana:



L'avvocato Gian Domenico Caiazza, nel corso della puntata del 23 novembre scorso del programma 'Il rovescio del diritto' in onda su Radio Radicale, intervista Giuseppe Rossodivita e Rita Bernardini sul caso Crespi:

 


Luigi Crespi, fratello di Ambrogio, ha allestito un sito Internet su cui è possibile seguire giorno per giorno gli sviluppi del caso giudiziario, leggere i documenti relativi al processo e anche firmare una petizione on line che chiede l'immediata scarcerazione di Crespi:

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venerdì 12 ottobre 2012

Premio Nobel per la Pace all'Unione Europea: le motivazioni ufficiali (in italiano)


Da Nobelprize.org. The Official Web Site of the Nobel Prize.


Il Premio Nobel per la Pace 2012


Il Comitato Norvegese per il Nobel ha deciso di assegnare il Premio Nobel per la Pace 2012 all'Unione Europea (UE). L'unione e i suoi precursori hanno infatti contribuito per sei decenni al progresso della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa.

Negli anni tra le due Guerre, il Comitato Norvegese per il Nobel ha premiato diverse persone che perseguivano la riconciliazione tra Germania e Francia. Dal 1945 quella riconciliazione è diventata una realtà. Le spaventose sofferenze della Seconda Guerra Mondiale hanno reso evidente la necessità di una nuova Europa. In un periodo di settant'anni Germania e Francia avevano combattuto tre guerre. Oggi una guerra tra Germania e Francia è impensabile. Questo dimostra come, attraverso sforzi ben indirizzati e costruendo una fiducia reciproca, nemici storici possono diventare stretti alleati.

Negli anni Ottanta Grecia, Spagna e Portogallo sono entrati nell'Unione Europea. L'introduzione della democrazia è stata una condizione per la loro adesione. La caduta del Muro di Berlino ha poi reso possibile l'adesione di parecchi paesi dell'Europa centrale e orientale, aprendo così una nuova era nella storia europea. La divisione tra Oriente e Occidente è stata in larga misura superata; la democrazia è stata rafforzata; molti conflitti etnici all'interno delle nazioni sono stati ricomposti.

L'ammissione della Croazia come membro l'anno prossimo, l'apertura di negoziati per l'adesione con il Montenegro e la concessione dello status di paese candidato alla Serbia consolidano tutti il processo di riconciliazione nei Balcani. Nel decennio scorso la possibilità di adesione all'Unione Europea della Turchia ha inoltre fatto progredire la democrazia e i diritti umani anche in quel paese.

L'Unione Europea sta adesso attraversando gravi difficoltà economiche e vive un notevole conflitto sociale. Il Comitato Norvegese per il Nobel vuole però concentrarsi su quello che considera il più importante risultato raggiunto dall'Unione Europea: la vittoriosa lotta per la pace e la riconciliazione, per la democrazia e i diritti umani. Il ruolo stabilizzatore svolto dall'Unione Europea ha contribuito a trasformare la maggior parte dell'Europa da un continente di guerra a un continente di pace.

Il lavoro dell'Unione Europea rappresenta la 'fraternità tra le nazioni' ed equivale a una forma di quei 'congressi di pace' a cui Alfred Nobel fa riferimento nel suo testamento del 1895 tra i criteri per l'assegnazione del Premio per la Pace.

Oslo, 12 ottobre 2012

(Traduzione a cura di Marco del Ciello. Il testo nell'originale inglese è disponibile a questo link)

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giovedì 11 ottobre 2012

Formigoni condannato per aver diffamato i radicali: i commenti a caldo di Bonino, Cappato, Lipparini, Saviano


A cura di Marco del Ciello.

Oggi pomeriggio la giudice Carmen D'Elia del tribunale di Milano ha condannato il governatore della Regione Lombardia Roberto Formigoni a 900 euro di multa e 110.000 euro di risarcimento per aver diffamato i radicali in relazione alla vicenda delle firme false per le elezioni regionali del 2010. Ecco i commenti a caldo di Emma Bonino, Marco Cappato, Lorenzo Lipparini e Roberto Saviano:


Emma Bonino ha scritto sul suo sito Internet www.emmabonino.it:

'Se fossimo in uno stato democratico e con un sistema giudiziario davvero funzionante, Roberto Formigoni, oltre che condannato per diffamazione, avrebbe visto la sua elezione dichiarata illegale e quindi nulla, con nuove elezioni già indette. Sono più di dieci anni che i Radicali denunciano in tutte le sedi, sempre inascoltati, i casi di illegalità nella raccolta delle firme. Oggi, finalmente, siamo ad un primo riconoscimento della nostra cocciuta, determinata diversità. Si dice che tutti i partiti sono uguali: tutti i partiti, tranne i Radicali. È ora che questa alterità nei comportamenti sia sistematicamente registrata e riportata quando si descrivono le malefatte di questi giorni e anni'.


Marco Cappato e Lorenzo Lipparini hanno dichiarato:

'Con la sentenza di oggi si è quantomeno riparato al tentativo formigoniano di ledere a reti unificate e senza possibilità di replica l'onore dell'unica forza politica che si è sempre battuta per la legalità delle elezioni: il Partito Radicale. Se fossimo in una democrazia e in uno Stato di diritto, ora ci dovremmo aspettare che finalmente dopo oltre due anni e mezzo siano anche annullate quelle elezioni regionali del 2010 totalmente illegali, in ragione della truffa elettorale che noi Radicali abbiamo scoperto, costringendo la giustizia a occuparsene'.


Roberto Saviano ha scritto sulla sua pagina Facebook:

Formigoni è stato appena condannato per diffamazione nei confronti dei Radicali Marco Cappato e Lorenzo Lipparini. Aveva sostenuto che la falsità delle firme che lo avevano abusivamente portato alla Presidenza della Regione Lombardia, era da addebitare a chi quel reato aveva denunciato. Oggi, oltre al buon senso, anche una sentenza ci dice che Formigoni in questi anni su questo ha mentito. Un uomo senza scrupoli, che non esita a dire il falso pur di mantenere in vita un sistema di potere che sta portando al disastro la regione più industrializzata del Paese.


Videointervista a Marco Cappato sul sito Repubblica.it:



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mercoledì 10 ottobre 2012

Radical Party: le registrazioni e le fotografie di tutti gli eventi!


A cura di Marco del Ciello.

Dal 28 settembre al 9 ottobre l'Associazione Radicali Senza Fissa Dimora ha tenuto aperto in piazza Cordusio, nel pieno centro di Milano, un doppio gazebo di otto metri per quattro. In queste due settimane scarse abbiamo organizzato e ospitato un gran numero di eventi radicali sotto il titolo complessivo di Tu chiamala, se vuoi, democrazia.... Questa seconda edizione, dopo quella del 2011, del Radical Party milanese ha avuto un successo di pubblico anche superiore alle nostre aspettative. Ieri l'iniziativa si è ufficialmente conclusa, ma ci restano un gran numero di fotografie (scattate da me) e le registrazioni audio e video realizzate da Radio Radicale. Ecco l'elenco completo degli eventi, con i relativi link:

...venerdì 28 settembre abbiamo arredato il gazebo con manifesti, citazioni e notizie sulle attività dei radicali (guarda le fotografie)...

...sabato 29 settembre abbiamo organizzato un dibattito dal titolo Religioni e libertà religiosa, chiese e stato con Maurizio Turco, Giuseppe Platone e Vittorio Bellavite (guarda le fotografie e ascolta la registrazione)...

...domenica 30 settembre abbiamo ospitato una serata organizzata dall'Associazione Radicali Certi Diritti dal titolo Varianza, non devianza con Roberta Ribali (guarda le fotografie e ascolta la registrazione)...

...giovedì 4 ottobre, mattina, abbiamo ospitato la conferenza stampa di presentazione del IX Congresso dell'Associazione Luca Coscioni con Stefano Boeri, Marco Cappato e Marcello Crivellini (ascolta la registrazione)...

...giovedì 4 ottobre, sera, abbiamo organizzato una riunione settimanale speciale dal titolo Alternativa nonviolenta: utopia o necessità? con Aligi Taschera e Guido Biancardi (guarda le fotografie)...

...venerdì 5 ottobre abbiamo organizzato un dibattito dal titolo Ingiust'Italia: lo stato criminale della giustizia nel nostro paese con Marco Pannella e Vittorio Feltri (guarda le fotografie e la registrazione video)...

...domenica 7 ottobre abbiamo organizzato un dibattito dal titolo Le sfide per il Partito Radicale Nonviolento: dall'Europa al Medio Oriente per una politica transnazionale dei diritti con Marco Perduca, Daniele Nahum e Matteo Cazzulani (guarda le fotografie e ascolta la registrazione).

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sabato 18 febbraio 2012

Il collegio uninominale, una garanzia per i cittadini

Di Marco del Ciello.

Da almeno trent'anni in Italia si discute appassionatamente di riforme istituzionali e in questi decenni il Parlamento – e talvolta anche i cittadini per via referendaria – hanno approvato e bocciato importanti modifiche alla Costituzione e alle leggi elettorali, eppure il dibattito rimane ancora oggi vivo e attuale. Soprattutto sul metodo per eleggere i parlamentari si scontrano gli interessi e le visioni dei diversi partiti: tra chi mette al primo posto la stabilità degli esecutivi e chi privilegia invece la capacità di rappresentare fedelmente la consistenza delle forze politiche, manca però sempre il punto di vista dell'elettore medio, del cittadino comune che non ha troppo tempo da dedicare alla vita politica. Tra i partiti, solo i radicali hanno sempre e coerentemente rappresentato questo punto di vista, proponendo l'adozione dei collegi uninominali, pur consapevoli che questo sistema li avrebbe condannati a restare fuori dal Parlamento, cosa effettivamente accaduta tra il 1996 e il 2006. E lo hanno fatto non per masochismo, ma perché sanno che proprio il collegio uninominale garantisce meglio di tutti gli altri sistemi elettorali i diritti politici del cittadino, istituendo un legame diretto tra l'elettore e il suo rappresentante. Se il collegio è abbastanza piccolo, diciamo tra i cinquanta e i centomila aventi diritto, il parlamentare dipende per la sua rielezione da un gruppo di poche migliaia di individui, che vivono nella stessa città o nello stesso quartiere, condividono lo stesso ambiente, gli stessi problemi, spesso anche la stessa sensibilità umana e politica. Quasi ogni comunità locale, incluse le minoranze linguistiche di cui è ricco il nostro paese, avrebbe così la possibilità effettiva di nominare un proprio fiduciario nella massima istituzione, di controllare il suo operato e di premiarlo o sanzionarlo ogni cinque anni sulla base del suo operato. E non servirebbero ulteriori accorgimenti legislativi per ottenere questo risultato: lo stesso parlamentare avrebbe infatti un forte interesse a passare più tempo possibile nel suo collegio, a mantenere un contatto regolare con i suoi elettori, anche potenziali, e a rendere conto della sua attività istituzionale. Solo così, infatti, potrebbe sperare di conservare il suo posto nel tempo. Ai partiti e ai loro leader rimarrebbe l'importante compito di selezionare i candidati, attraverso le primarie o altri meccanismi di loro scelta, di proporre insomma le persone che ritengono più indicate per quel ruolo, ma i cittadini avrebbero sempre l'ultima parola: potrebbero al limite anche rifiutare i candidati di tutti i partiti e indirizzare le loro preferenze su un indipendente, magari una persona priva di legami con il Potere con la p maiuscola, ma conosciuta e apprezzata dai suoi concittadini per le qualità che possiede. Difficile però che con questo sistema un partito candidi qualcuno completamente sconosciuto o inviso alla popolazione locale, sarebbe contro il suo stesso interesse.

I radicali, pur essendo l'unico partito che propone il collegio uninominale, non sono mai stati soli nella loro battaglia e, anzi, hanno spesso trovato il sostegno di parlamentari di altri partiti, intellettuali e soprattutto semplici cittadini. Negli ultimi tempi hanno anche contribuito a fondare una vera e propria Lega per l'Uninominale (attualmente presieduta da Marco Pannella, Antonio Martino e dal costituzionalista Fulco Lanchester), che ha saputo raccogliere nel corso dei mesi adesioni trasversali, da Ignazio Marino e Michele Salvati a Mario Baldassarri e Angelo Panebianco. La Lega si riunirà in un'assemblea aperta al pubblico lunedì prossimo a Roma, per decidere come intervenire nel dibattito sulla legge elettorale che si sta riaprendo in Parlamento proprio in questi giorni. Un dibattito in cui per adesso solo i radicali, come sempre, si fanno carico di rappresentare gli interessi e il punto di vista degli elettori.

Appuntamento lunedì 20 febbraio alle ore 9:00, presso Palazzo Santa Chiara (ex Teatro dei Comici) in piazza di Santa Chiara 14 a Roma.

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sabato 4 febbraio 2012

Oggi pomeriggio in piazza Cordusio per chiedere la liberazione di Julija Tymoshenko


Oggi pomeriggio l'Associazione Radicali Senza Fissa Dimora organizza un manifestazione a Milano per chiedere l'immediata liberazione di Julija Tymoshenko e il ripristino di condizioni di legalità e democrazia in Ucraina. Partecipano esponenti della diaspora ucraina in italia e i giornalisti specializzati Matteo Cazzulani e Massimiliano di Pasquale.

Nel 2005 Julija Tymoshenko ha guidato la Rivoluzione Arancione che si proponeva di liberare con metodi nonviolenti l'Ucraina dai resti del passato sovietico e di restituirla al suo destino europeo, liberale e democratico. Ma nel febbraio 2010 l'autocrate Viktor Yanukovich ha riconquistato la presidenza, grazie all'aiuto interessato della Russia di Vladimir Putin. Yanukovich ha annullato tutte le conquiste della Rivoluzione Arancione, ha allontanato l'Ucraina dall'Europa per riportarla nell'orbita russa e ha scatenato una campagna di persecuzioni giudiziarie nei confronti dei leader dell'opposizione democratica. Processi farsa hanno condotto in carcere l'ex-ministro degli Interni Jurij Lucenko e costretto all'esilio l'ex-ministro dell'Economia Bohdan Danylyshyn e Oleksandr Tymoshenko, marito di Julija.

Nel 2011 Julija Tymoshenko è stata condannata a sette anni di detenzione per abuso di ufficio e si trova oggi nel carcere femminile di Kharkiv, lontano dalla capitale e dai suoi famigliari. Nel silenzio dell'Europa.

Approfondimenti:

L'ombra di Putin sul destino dell'Europa divisa, di Marco del Ciello.
In piazza per Julija Tymoshenko: paladina dell'indipendenza energetica italiana, di Matteo Cazzulani.

Appuntamento sabato 4 febbraio alle ore 15:30, in piazza Cordusio angolo via Mercanti (MM1 Cordusio) a Milano.

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lunedì 30 gennaio 2012

L'ombra di Putin sul destino dell'Europa divisa

Di Marco del Ciello.

Nel 1768 il patriota americano John Dickinson cantava united we stand, divided we fall (uniti resistiamo, divisi cadiamo), un verso che oggi dovrebbe ispirare i pensieri e le azioni dei cittadini europei. Il definitivo spostamento dell'asse dei traffici globali dall'Atlantico al Pacifico ci ha infatti condannati per la prima volta nella nostra storia al ruolo di periferia, di appendice marginale del continente asiatico, proprio mentre ai nostri confini la Russia è riuscita invece a ritagliarsi un posto in prima fila nel nuovo ordine mondiale, accanto a potenze emergenti come il Brasile e il Sud Africa. Nei suoi oltre dieci anni di governo ininterrotto Vladimir Putin è stato abile a sfruttare le risorse naturali del suo paese per condurre una politica energetica aggressiva e spregiudicata nei confronti dei vicini, in questo favorito dalla crescita costante dei prezzi di petrolio e gas naturale. A poche settimane dalle elezioni che con ogni probabilità gli riconsegneranno anche formalmente la carica di presidente, si prepara ora a un ulteriore salto di qualità nella sua strategia: imitando le forme esteriori dell'Unione Europea, sta infatti per riconquistare i paesi dell'area post sovietica. Unione doganale, moneta unica, Commissione Eurasiatica e Consiglio Eurasiatico. Insomma, una grande Russia pronta a proiettare la sua ombra minacciosa sull'Europa divisa, dove non pochi leader politici, per il proprio tornaconto personale o per un malinteso senso dell'interesse nazionale, hanno già dimostrato la loro disponibilità ad assecondare le ambizioni imperiali di Putin. Gli europei non possono più contare sulla protezione degli Stati Uniti, ormai indifferenti nei confronti di una parte di mondo divenuta irrilevante per gli equilibri planetari, e devono fare affidamento unicamente sulle loro forze per difendersi da aggressioni esterne, sia politiche sia economiche: l'unione politica diventa quindi una questione di sopravvivenza. United we stand, divided we fall.

C'è però un paese che è essenziale per la realizzazione dei piani di Putin ed è l'Ucraina dalle due anime, letteralmente spaccata a metà tra sostenitori dell'autoritarismo russo e ammiratori della democrazia europea: seicentomila chilometri quadrati, quarantacinque milioni di abitanti e una collocazione geografica che la rende terra di frontiera per uomini, merci e soprattutto gasdotti. Qui si combatte una battaglia importante anche per il nostro futuro, una battaglia che i nostri amici stanno perdendo e proprio a causa dell'interferenza costante dell'ingombrante vicino. Come osserva il giornalista e scrittore Matteo Cazzulani, attento osservatore delle vicende ucraine: Julija Tymoshenko, leader dell'opposizione democratica ed europeista, è stata incarcerata per avere firmato dei contratti per il gas che hanno garantito un inverno al caldo non solo all'Ucraina, ma a tutta l'Unione Europea, Italia inclusa. Ci ricordiamo tutti il Gennaio 2009: sopratutto le nostre industrie che, dopo la chiusura dei rubinetti da parte di Putin, hanno risentito di perdite considerevoli dal primo di gennaio al 19, quando la Tymoshenko ha accettato costi alti pur di ripristinare, e garantire, l'afflusso di gas. Dunque, richiedere la democrazia in Ucraina significa difendere la sicurezza energetica dell'Italia. Sicurezza non solo energetica, aggiungerei io. Proprio per questo i governanti europei, ma anche i semplici cittadini, dovrebbero chiedere a gran voce la liberazione di Julija Tymoshenko, ingiustamente detenuta, e il ripristino di quelle condizioni di legalità e democrazia che gli ucraini si erano già conquistati con la Rivoluzione Arancione del 2005. Noi militanti dell'Associazione Radicali Senza Fissa Dimora manifesteremo sabato pomeriggio a Milano, insieme agli ucraini che vivono in Italia e a chi vorrà unirsi a noi, per dire no a Putin e sì a un'Ucraina democratica ed europea.

Appuntamento sabato 4 febbraio alle ore 15:30, in piazza Cordusio angolo via Mercanti (MM1 Cordusio) a Milano.

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giovedì 19 gennaio 2012

L'amnistia necessaria. Una risposta ad Alessandro De Nicola

Di Marco del Ciello.

Alessandro De Nicola, in un articolo dal titolo «Dura Lex sed Lex» apparso sul settimanale L'Espresso del 4 gennaio 2012, manifesta la sua contrarietà a qualsiasi provvedimento di clemenza nei confronti dei detenuti. De Nicola ammette l'esistenza di un'emergenza carceri, ma pensa che l'amnistia non sia la soluzione migliore e che, anzi, possa mettere in pericolo la sicurezza dei cittadini. Scrive infatti che «vi è un legame diretto tra rilascio di detenuti e successivo aumento della criminalità», ma a seguito dell'indulto approvato dal Parlamento nel 2006 non c'è stato nessun aumento dei crimini. Almeno secondo i dati del ministero dell'Interno. Ed è pur vero che «una delle funzioni essenziali della pena è la rieducazione e difficilmente si rieduca qualcuno dandogli la sensazione di impunità. Un'altra è la prevenzione generale del crimine», ma dobbiamo chiederci se oggi in Italia la pena carceraria svolga effettivamente queste due funzioni, secondo quanto previsto dalla Costituzione e dalle leggi. Il 68% delle persone che hanno scontato per intero la loro pena commette un crimine entro cinque anni dal rilascio. Sette su dieci non vengono quindi rieducati. Ma il dato che deve davvero farci riflettere è che tra i detenuti che hanno beneficiato dell'indulto del 2006 solo il 33% ha commesso un nuovo reato nei cinque anni successivi. La riduzione di pena ha ridotto anche il tasso di recidiva e di più del 50%. I numeri ci dicono che più tempo un detenuto trascorre in carcere minori sono le sue possibilità di riabilitarsi. In pratica il carcere ha un effetto negativo sulla rieducazione del condannato e la prevenzione speciale è una chimera. Con la prevenzione generale il discorso non va molto meglio. De Nicola scrive correttamente: «il delinquente "razionale" fa un calcolo implicito e moltiplica il beneficio che riceve dal commettere un delitto per la pena che gli viene comminata e la probabilità di essere beccato e di scontarla». Ma qual è questa probabilità di essere beccato? Oggi in Italia il 5%, perché questa è la percentuale di reati che vengono effettivamente perseguiti dalla magistratura. Se io rapino una banca ho diciannove possibilità su venti di farla franca, praticamente ho più probabilità di avere un infarto che di essere arrestato. Senza scomodare il Nobel Gary Becker, già il nostro Beccaria aveva capito che la deterrenza dipende dalla certezza della pena, certezza che oggi non esiste, con buona pace della prevenzione generale. La pena carceraria non ha né la funzione di prevenzione speciale, né la funzione di prevenzione generale, per cui gli effetti sulla sicurezza dei cittadini di un'eventuale amnistia sarebbero nulli o addirittura positivi, come dimostra l'esperienza dell'indulto del 2006.

Nello stesso articolo, però, De Nicola propone anche due soluzioni alternative al problema del sovraffollamento carcerario, di cui pure riconosce la gravità e l'urgenza. La prima è il braccialetto elettronico, che è già in uso in Italia da circa un decennio ma si è rivelato del tutto inefficace a causa di inconvenienti tecnici. La seconda proposta, più articolata, prevede invece che «si crei allora una partnership coi privati per far riadattare le centinaia di caserme inutilizzate (luoghi chiusi e protetti, pensati per contenere un numero elevato di maschi adulti), trasformarle in prigioni per rei a bassa pericolosità sociale o a fine pena affidando agli imprenditori i servizi di gestione delle stesse, esclusa la sorveglianza» e ha se non altro il merito di un certo realismo. Chi propone sic e simpliciter la costruzione di nuove carceri di norma trascura i tempi di realizzazione (quattordici anni in media per un nuovo istituto) e i costi, mentre De Nicola si sforza di calibrare un progetto che tenga conto anche dei vincoli di bilancio. Io personalmente sono contrario ad affidare ai privati funzioni statali che implichino l'uso della violenza, ma il punto in questione è che questa soluzione non risolve comunque il problema del sovraffollamento. Scrive De Nicola che è «una soluzione adottata da molti Paesi evoluti e gli studi effettuati ne attestano, in generale, la validità economica» e, se guardiamo all'esperienza degli Stati Uniti in questo settore, vediamo che effettivamente i privati che possiedono o gestiscono istituti di pena, così come tutte le aziende dell'indotto, ottengono in generale buoni profitti. Ma vediamo anche che, contro ogni previsione, il sovraffollamento è peggiorato dopo la privatizzazione. Negli ultimi trent'anni, infatti, i detenuti sono triplicati: un aumento del 200% a fronte di una crescita dei reati solo del 7%. Oggi gli Stati Uniti hanno una popolazione carceraria di due milioni di individui, di gran lunga superiore in percentuale a qualunque altro paese del mondo (salvo forse la Cina, per cui non disponiamo di dati affidabili). Solo il 4,2% della popolazione mondiale risiede in questo paese, ma il 22,2% dei detenuti di tutto il mondo è ospitato nelle carceri americane. Al punto che nel maggio del 2011 la Corte Suprema ha riconosciuto che le condizioni di detenzione in California non erano compatibili con la Costituzione, proprio a causa del sovraffollamento, e ha ordinato a questo Stato di rilasciare 40.000 detenuti. Non mi sembra proprio un modello da seguire.

Su un punto devo invece dare ragione a De Nicola, quando scrive: «non appena le celle si svuotano, in brevissimo tempo si riempiono di nuovo superando il numero precedente di ospiti». L'amnistia è infatti un provvedimento emergenziale, che fornisce una soluzione temporanea al problema, ma finché in Italia saranno in vigore leggi criminogene come la Fini-Giovanardi e la Bossi-Fini e finché avremo un codice penale ipertrofico con oltre settecento reati, dovremo convivere con il sovraffollamento. Proprio per questo i radicali, e anche il ministro Severino, affiancano sempre alla proposta di amnistia un vasto programma di depenalizzazioni. Una riforma del codice penale di questa portata richiede però un ampio dibattito parlamentare e, io credo, anche il coinvolgimento dell'opinione pubblica. Richiede cioè tempo, mentre le gravi violazioni della legge e dei diritti umani che si verificano ogni giorno nelle nostre carceri impongono un intervento immediato. L'amnistia quindi, lungi dall'essere un regalo ai criminali, è il primo passo, inevitabile e necessario, per qualsiasi seria riforma della giustizia penale.

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lunedì 9 gennaio 2012

IV Congresso: approvata la mozione generale. Rieletti Di Salvo e Silvestri


Di Marco del Ciello.

Domenica 8 gennaio si è tenuto a Milano il quarto Congresso ordinario dell'Associazione Radicali Senza Fissa Dimora. I lavori si sono aperti alle 11:30 con l'approvazione del regolamento e dell'ordine dei lavori. Gli interventi di alcuni ospiti hanno poi disegnato il contesto politico nazionale e internazionale in cui ci troviamo a operare: Eugenio Sarno, segretario generale della UIL PA Penitenziari ha parlato dell'emergenza carceri; Daniele Nahum, vicepresidente della Comunità Ebraica di Milano, ha descritto la situazione attuale in Israele e nel Vicino Oriente; Maurizio Turco, deputato radicale e tesoriere del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito, ha incentrato il suo intervento sulla crisi della democrazia e sulle prospettive future del PRNTT; Matteo Cazzulani, giornalista scrittore e curatore del blog La Voce Arancione, ci ha portato la sua testimonianza sull'Ucraina e sull'Europa orientale. Sempre in mattinata segretario e tesoriere uscenti hanno svolto le loro relazioni.

Dopo la pausa pranzo i lavori sono ripresi alle 14:45 con le relazioni di: Giorgio Inzani, sull'antiproibizionismo come crimine contro l'umanità; Marco del Ciello, sulla comunicazione in rete dell'associazione; Diego Mazzola, sul superamento del sistema penale. Nel corso del successivo dibattito generale Nicolò Calabro, segretario dell'Associazione Enzo Tortora - Radicali Milano, ci ha portato il suo saluto. Durante la giornata sono intervenuti, tra gli altri, anche: Claudio Radaelli, professore di Scienze Politiche presso l'università di Exeter e iscritto alla nostra associazione; Lorenzo Strik Lievers; Sergio Ravelli, segretario dell'Associazione Radicale Piero Welby.

La mozione politica generale a prima firma Marco Di Salvo è stata approvata all'unanimità dei presenti. Un emendamento a prima firma Emiliano Silvestri è stato accolto dai presentatori della mozione. La presidenza ha accolto una raccomandazione di Franco Levi dal titolo 'Demo rivolta Giudaica Halter nativ a congiura CFR pluto global mafia'. Il Congresso ha anche approvato a larga maggioranza alcune modifiche statutarie, che hanno trasformato l'Associazione da associazione territoriale di Radicali Italiani ad associazione di iscritti al Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito.

Marco Di Salvo, segretario uscente, è stato rieletto con 8 voti a favore, mentre l'altro candidato Franco Levi ha ricevuto 3 preferenze. Emiliano Silvestri, tesoriere uscente e unico candidato, è stato rieletto con 9 voti, una scheda bianca e una nulla. Nelle prossime ore metteremo on line tutti i documenti del Congresso e le fotografie che abbiamo scattato. A breve sul sito di Radio Radicale sarà inoltre disponibile la registrazione integrale dei lavori.

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giovedì 29 dicembre 2011

Il proibizionismo sulle droghe

Di Milton Friedman.
Da Newsweek del 1 maggio 1972.

'Il regno delle lacrime è finito. I bassifondi saranno presto solo un ricordo. Trasformeremo le nostre prigioni in fabbriche, magazzini e granai. Gli uomini cammineranno a testa alta, le donne sorrideranno e i bambini saranno felici. L'inferno resterà per sempre vuoto'. Con queste parole Billy Sunday, il noto predicatore evangelico a capo della crociata contro il demone dell'alcol, salutava l'inizio del proibizionismo nei primi anni Venti. Noi oggi sappiamo che la sue speranze erano destinate a non realizzarsi. Nuove prigioni dovettero essere costruite per ospitare i criminali generati dalla trasformazione del bere liquori in un crimine contro lo stato. Il proibizionismo minò il rispetto della legge, corruppe i poliziotti e creò un clima morale decadente, ma non fermò il consumo di alcolici. Nonostante questa tragica lezione, pare che siamo decisi a ripetere esattamente gli stessi errori nella gestione delle droghe.

Etica e opportunità

Sul piano etico, abbiamo noi il diritto di usare la macchina dello stato per impedire a un individuo di diventare un alcolista o un tossicodipendente? Per quanto riguarda i bambini, quasi tutti risponderebbero almeno un sì con qualche condizione. Ma per quanto riguarda gli adulti responsabili, io per esempio risponderei di no. Parlare con il potenziale tossicodipendente, sì. Spiegargli le conseguenze, sì. Pregare per e con lui, sì. Ma credo che non abbiamo il diritto di usare la forza, direttamente o indirettamente, per impedire a un nostro simile di suicidarsi, non parliamo quindi di bere alcolici o assumere droghe. Sono disposto ad ammettere che la questione etica è complessa e che uomini in buona fede potrebbero benissimo essere in disaccordo con me. Per fortuna, però, non dobbiamo risolvere la questione etica per trovare un accordo sulle politiche da seguire. Il proibizionismo è infatti un tentativo di cura che peggiora le cose – sia per il tossicodipendente sia per noi altri. Perciò, anche se si ritiene che l'attuale politica sulle droghe sia giustificata sul piano etico, considerazioni di opportunità fanno apparire quella stessa politica molto poco saggia.

Pensiamo prima al tossicodipendente. Legalizzare le droghe potrebbe far aumentare il numero di tossicodipendenti, ma non è certo che lo farebbe. Il frutto proibito è attraente, soprattutto per i giovani. Più importante, molti tossicodipendenti sono deliberatamente resi tali dagli spacciatori, che danno ai potenziali clienti le prime dosi gratis. Allo spacciatore conviene comportarsi così perché, una volta preso all'amo, il tossicodipendente è un cliente sicuro. Ma se le droghe fossero disponibili in modo legale, ogni possibile profitto derivante da un'attività così disumana sparirebbe, perché il tossicodipendente potrebbe acquistare la droga dal fornitore più economico. Qualunque cosa accada al numero dei tossicodipendenti, il singolo tossicodipendente starebbe sicuramente molto meglio se le droghe fossero legali. Oggi le droghe sono un prodotto incredibilmente costoso e di qualità molto incerta. I tossicodipendenti sono spinti a entrare in contatto con criminali per procurarsi la droga, a diventare loro stessi criminali per finanziare il proprio vizio e a correre un costante rischio di morte e malattia.

Passiamo adesso a noi altri. Qui la situazione è di una chiarezza cristallina. I danni che noi subiamo a causa della dipendenza altrui derivano quasi esclusivamente dal fatto che le droghe sono illegali. Un comitato dell'American Bar Association ha di recente stimato che i tossicodipendenti commettono da un terzo a metà di tutti i crimini di strada degli Stati Uniti. Se legalizzassimo le droghe, il numero di crimini di strada crollerebbe. Senza contare che i tossicodipendenti e gli spacciatori non sono gli unici a essere corrotti. Sono in gioco somme enormi. È inevitabile quindi che alcuni poliziotti e funzionari governativi relativamente poco pagati – così come anche alcuni tra quelli più pagati – cedano alla tentazione di guadagnare soldi facili.

Sicurezza

Legalizzare le droghe ridurrebbe la quantità di crimini e al tempo stesso migliorerebbe la qualità dell'applicazione della legge. Riuscite a immaginare un qualsiasi altro provvedimento che otterrebbe un simile risultato nel promuovere la sicurezza dei cittadini? Ma, si potrebbe dire, dobbiamo quindi accettare la sconfitta? Perché non mettere semplicemente fine al traffico di droga? Qui è dove l'esperienza del periodo del proibizionismo è più rilevante ai nostri fini. Non possiamo infatti mettere fine al traffico di droga. Potremmo anche bloccare l'oppio che arriva dalla Turchia, ma ci sono innumerevoli altri posti dove il papavero da oppio cresce. Con l'aiuto della Francia, potremmo poi rendere Marsiglia un luogo inadatto alla produzione di eroina, ma ci sono innumerevoli altri posti dove le semplici operazioni necessarie alla produzione di droga possono essere portate a termine. Finché grandi somme di denaro saranno coinvolte – e sono destinate a esserlo se le droghe restano illegali – è letteralmente impossibile aspettarsi di porre fine al traffico di droga o anche di ridurre in maniera significativa la sua portata. Per quanto riguarda le droghe, così come in altri campi, infatti, la persuasione e l'esempio possono essere molto più efficaci rispetto all'uso della forza nel modellare il comportamento degli altri a nostra immagine.

(Traduzione a cura di Marco del Ciello).

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venerdì 9 dicembre 2011

Perché la battaglia sulle carceri non può non essere transnazionale

Di Marco del Ciello.

Ieri pomeriggio Marco Pannella, intervenendo a Roma al 39° Congresso del Partito Radicale, ha dichiarato che la battaglia che i radicali conducono da sempre per la legalità e i diritti umani nelle carceri italiane deve oggi diventare transnazionale, impegnandoci a monitorare le condizioni di vita dei detenuti di tutti i paesi del mondo. Pannella dimostra così di aver compreso che una lotta condotta esclusivamente sul piano nazionale, in questo caso come in molti altri, è destinata al fallimento. Un piccolo ma prezioso volumetto, ristampato pochi mesi fa dall'editore Elèuthera, ci aiuta a comprendere perché. L'autore, l'attivista per i diritti umani Ahmed Othmani, comincia raccontandoci, con la collaborazione della giornalista francese Sophie Bessis, la sua esperienza di detenuto politico nelle carceri tunisine, per poi spiegarci come il suo impegno per la democrazia lo abbia portato a dedicarsi progressivamente alla tutela dei diritti dei detenuti in decine e decine di paesi, del Nord e del Sud del mondo. Questo racconto ci offre dunque una prospettiva originale e inconsueta sul problema. Diciamo subito che la fotografia che ne emerge è sconfortante. Il dato forse più inquietante è quello che riguarda la carcerazione preventiva, cioè gli innocenti in carcere: la media mondiale oscilla addirittura tra il 50 e il 60%, molto al di sopra del già vergognoso 42% italiano, e nessun paese riesce a scendere sotto il 25%, cioè uno su quattro. Ma un altro aspetto deve soprattutto farci riflettere: le persone recluse in tutto il mondo sono circa nove milioni, con percentuali sulla popolazione molto diverse da paese a paese, ma con una costante. Dovunque, negli ultimi trent'anni, il numero dei detenuti è cresciuto più rapidamente sia della popolazione sia del numero di reati commessi. Negli Stati Uniti, ad esempio, i detenuti sono aumentati del 200%, i reati solo del 7%.

Questa crescita esplosiva, che Othmani attribuisce anche al ruolo dei media e alla demagogia dei politici, è la causa prima di quel sovraffollamento che noi radicali denunciamo in Italia ma che è problema globale. Ce lo dimostrano, se ce ne fosse bisogno, anche le cronache di questo ultimo anno. Il settimanale conservatore The Economist ci dice ad esempio che, a seguito delle rivolte londinesi di questa estate, la popolazione carceraria del Regno Unito ha raggiunto la cifra record di 87.000 detenuti, in una drammatica situazione di sovraffollamento. Poche settimane prima la Corte Suprema degli Stati Uniti, con una decisione senza precedenti, ordinava allo Stato della California di rilasciare ben 40.000 detenuti, per ripristinare le condizioni minime di rispetto dei diritti umani all'interno degli istituti di pena. E questi sono paesi di democrazia liberale, con redditi pro capite tra i più elevati dell'intero pianeta. La situazione delle carceri africane, che Othmani ben conosce, come pure l'inferno nascosto dei campi di lavoro cinesi, è infinitamente peggiore. Le condizioni di vita dei reclusi devono infatti essere sempre peggiori di quelle della parte più povera della popolazione, altrimenti svanisce qualunque effetto di deterrenza. Non solo, ma i regimi autoritari, accanto alla pena di morte e alla tortura, utilizzano il carcere come strumento principe per reprimere il dissenso. Anche da questo si capisce quanto siano intimamente connesse la lotta per l'affermazione della democrazia e quella per l'umanizzazione delle carceri. Il libro di Ahmed Othmani ce lo ricorda, con la forza della sua esperienza personale di vita e di politica: in quei paesi africani dove la democrazia avanza, vediamo infatti crescere di pari passo anche la sensibilità e l'impegno dei politici e dei cittadini per le carceri. Secondo un circolo virtuoso che sembra invece essersi spezzato in quei paesi occidentali che stanno pian piano scivolando verso forme di 'democrazia reale'.

Ahmed Othmani, Sophie Bessis, La pena disumana. Per una critica radicale del carcere. Prefazione di Giuliano Pisapia, Elèuthera, 2011.

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sabato 17 settembre 2011

Una nonviolenza per il XXI secolo

Di Marco del Ciello.

Dopo un'attesa di quasi vent'anni arriva nelle librerie del nostro paese l'edizione italiana di un libro che dal 1993, anno della sua prima pubblicazione, ha conosciuto una fortuna straordinaria un po' in tutto il mondo. Scritto in origine per rispondere alle esigenze dei democratici birmani, Come abbattere un regime è stato poi tradotto in trenta lingue e ha raggiunto a piccoli passi e in modo un po' avventuroso i Balcani, l'Europa Orientale e infine il Nord Africa, diventando un punto di riferimento per chiunque debba confrontarsi con un regime dittatoriale. Il suo autore, l'anziano professore americano Gene Sharp (classe 1928), ha infatti compiuto con questo volume una straordinaria operazione politica prima ancora che culturale. Dopo aver studiato per molti anni le teorie e le tecniche della nonviolenza, in particolare nelle esperienze portate avanti da Gandhi e Martin Luther King, Sharp ha condensato i principi della nonviolenza in poco più di un centinaio di pagine. Insomma, un vero e proprio manuale di lotta politica contro i tiranni. La sua semplicità e la sua aderenza alle situazioni concrete possono spiegarne il successo, nonostante la circolazione clandestina a cui questo libro è stato spesso costretto dai regimi autoritari.

I primi due capitoli (Affrontare le dittature in maniera realistica e I pericoli dei negoziati) mettono in seria discussione le strade alternative, dalla lotta armata al negoziato, evidenziando con uno spietato processo di eliminazione che la nonviolenza non è solo un'opzione praticabile, ma è anche l'unica possibile per chi non voglia limitarsi a rovesciare un regime, bensì instaurare una democrazia stabile. Un punto centrale nell'argomentazione dell'autore, ripreso e sviluppato meglio nell'ultimo capitolo (Le fondamenta di una democrazia duratura), è infatti l'attenzione al dopo: la lotta nonviolenta deve essere sempre condotta in modo da porre le premesse per l'istituzione di un governo libero ed evitare il rischio, fin troppo concreto, di passare da un dittatore a un altro, con una semplice revisione dell'organigramma del regime. In mezzo, una riflessione non banale sul potere, sulle fonti della sua legittimità e sui suoi punti deboli (Capitolo 4, I punti deboli delle dittature) e un'attenzione speciale alla pianificazione e alla strategia (Capitolo 7, Pianificare la strategia). Completa il volume un elenco dei metodi di azione nonviolenta, suddivisi in categorie, da Metodi di persuasione e di protesta nonviolenta fino a Metodi di intervento nonviolento. Da notare, inoltre, che Sharp, come prima di lui Gandhi, si pone il problema di trovare un'alternativa al termine nonviolenza, che ha una connotazione negativa, e la individua nell'espressione political defiance (resa in italiano come ribellione politica) per sottolineare la natura politica e non etica o religiosa del suo pensiero.

Dicevamo della curiosa fortuna di questo libro: appare per la prima volta, in lingua inglese, in Thailandia all'inizio degli anni Novanta; attraverso uno studente che ne cura la traduzione arriva poi in Indonesia nel 1997. Nel 2000 è la bibbia del movimento giovanile serbo Otpor, che organizza la rivolta contro il locale dittatore Slobodan Milošević. Raggiunto il loro obiettivo iniziale, i ragazzi di Otpor cominciano a viaggiare attraverso l'Europa orientale per formare e istruire i militanti georgiani, ucraini e bielorussi. Insieme alla loro esperienza portano con sé anche il libro di Sharp, che diventa così un punto di riferimento per le rivoluzioni colorate dello scorso decennio. Oggi questo volume, insieme ad altri scritti dello stesso autore, è disponibile sul sito dell'Albert Einstein Institution in venticinque lingue... tra cui l'arabo. E in effetti anche i giovani tunisini ed egiziani hanno un debito di riconoscenza nei confronti di Sharp. E io ritengo che sia proprio questo il merito principale del libro: pur non presentando idee particolarmente originali rispetto ai testi canonici, ha fatto uscire la nonviolenza dal Novecento per consegnarla a una nuova generazione di militanti, a cui ha trasmesso anche la speranza che sia possibile prevenire la tirannia e lottare con successo contro le dittature senza ricorrere a colossali bagni di sangue, e che sia possibile estirpare i regimi dittatoriali in modo che dalle loro ceneri non ne sorgano di nuovi.

Gene Sharp, Come abbattere un regime. Manuale di liberazione nonviolenta, Chiarelettere, Milano, 2011.

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mercoledì 14 settembre 2011

La Corte Suprema e il sistema carcerario della California

Di Tim Lynch*.
Da Cato @ Liberty.

Questa mattina [23 maggio 2011] la Corte Suprema ha emesso un'importante sentenza riguardante il sistema carcerario della California. A causa di anni di dilagante sovraffollamento, ci sono state sistematiche violazioni del divieto costituzionale di ricorrere a punizioni crudeli e insolite. Per rimediare a queste violazioni, la Corte ha confermato la decisione di una corte inferiore di ridurre la popolazione carceraria. Non sono rimasto sorpreso nell'apprendere che il giudice Anthony Kennedy ha redatto il parere di maggioranza in questo caso, Brown contro Plata. In un discorso all'American Bar Associatione del 2003 (ristampato nel mio libro In the Name of Justice), Kennedy provò a suscitare una maggiore consapevolezza a proposito del sistema carcerario americano. Sottolineò che ogni cittadino dovrebbe interessarsi al sistema carcerario – non è solo il regno del personale addetto. Ecco un estratto del discorso di Kennedy:

La materia [delle carceri] è motivo di preoccupazione e responsabilità di ogni membro della professione [legale] e di ogni cittadino. Questo è il vostro sistema di giustizia; queste sono le vostre carceri. … [N]oi dovremmo sapere cosa accade dopo che il detenuto viene portato via. Certo, il detenuto ha violato il contratto sociale; certo, deve essere punito per difendere la legge, riconoscere la sofferenza della vittima e scoraggiare futuri crimini. Tuttavia, il detenuto è una persona; tuttavia, lui o lei è parte della famiglia dell'umanità.

Se noi entrassimo nel mondo nascosto della punizione, dovremmo restare sconcertati di fronte a ciò che vedremmo. Considerate la sua dimensione. La popolazione nazionale reclusa ammonta oggi a circa 2,1 milioni di persone. In California … questo stato da solo tiene oltre 160.000 persone dietro le sbarre. In paesi come l'Inghilterra, l'Italia, la Francia e la Germania il tasso di incarcerazione è pari a 1 persona su 1.000. Negli Stati Uniti è circa 1 su 143.


I numeri sono solo l'inizio della storia. Non partite dal presupposto che il governo abbia le strutture per ospitare i detenuti che vengono condannati. La California ne sta ospitando molto oltre la capacità prevista delle sue carceri – il doppio. Ha cioè progettato un sistema per 80.000 persone ma ne ha ammassate 160.000 nelle carceri. Il puro e semplice numero di reclusi ha sopraffatto le strutture e il personale. Il parere di Kennedy descrive in dettaglio le pessime condizioni del sistema, ma io ne menzionerò solo alcune:

• in un carcere, 54 uomini condividono un solo bagno;
• il personale medico talvolta utilizza ripostigli e magazzini come corsie, prive di adeguata areazione;
• i lettini non vengono disinfettati dopo essere stati usati da detenuti affetti da malattie contagiose;
• uomini tenuti per ore e ore in gabbie delle dimensioni di una cabina telefonica e senza servizi igienici;
• il sistema carcerario della California registra in media un suicidio alla settimana (80% in più della media nazionale);
• uomini con problemi medici lasciati morire senza cure. Questi non sono malati di cancro. Queste sono morti evitabili. Ad esempio, un uomo con il mal di stomaco rimane cinque settimane senza cure e muore.

Un funzionario texano ha visitato le strutture della California e ha dichiarato che, pur essendo nel settore da trentacinque anni, è rimasto sgomento. Non aveva 'mai visto niente di simile'.

I quattro giudici conservatori – Scalia, Thomas, Roberts e Alito – si sono espressi in dissenso dalla sentenza. Scalia ha dichiarato che l'esito è stato 'assurdo' – 'forse la sentenza più radicale emessa da una corte nella storia della nostra nazione'. Il giudice Alito ha detto che la Costituzione 'impone un'importante – ma limitata – restrizione all'autorità degli stati nel settore [delle carceri]. L'ottavo emendamento vieta ai funzionari delle carceri di privare i detenuti delle 'condizioni minime di vita civile'. I conservatori ammettono, com'è ovvio, che il sistema carcerario della California è davvero pessimo, ma argomentano che non è ancora così terribile da giustificare un intervento giudiziario e un ordinanza di riduzione della popolazione. Kennedy e i liberal della maggioranza (Breyer, Ginsburg, Sotomayor e Kagan) sostengono in modo convincente che i politici e gli amministratori della California hanno avuto ogni opportunità per affrontare i problemi del sistema, ma li hanno lasciati aggravare anno dopo anno.

(Traduzione a cura di Marco del Ciello. Il testo nell'originale inglese è disponibile a questo link).

* Tim Lynch è direttore del progetto di ricerca sulla giustizia penale del Cato Institute. Autore di numerosi articoli apparsi sui principali quotidiani americani, ha anche curato le raccolte di saggi In the Name of Justice: Leading Experts Reexamine the Classic Article "The Aims of the Criminal Law" e After Prohibition: An Adult Approach to Drug Policies in the 21st Century.

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lunedì 22 agosto 2011

La caduta di Tripoli, il futuro della Libia

Di Marco del Ciello.

Ieri sera gli insorti libici che fanno capo al National Transitional Council sono entrati a Tripoli, incontrando una debole resistenza. Secondo le ultime notizie disponibili, controllano la maggior parte della città e tutto lascia pensare che già nelle prossime ore potrebbero completare la conquista della capitale. Si pone quindi, a partire da oggi, il problema del futuro della Libia. Fare previsioni in questo campo è sempre molto difficile, ma i fatti degli ultimi mesi possono darci qualche indicazione utile in questo senso. Parlo solo degli ultimi mesi, perché per decenni questo paese è stato un oggetto misterioso, a causa del ferreo controllo del governo sull'informazione. Sapevamo che non si svolgevano elezioni, sapevamo che l'economia ruotava intorno alle esportazioni di gas e petrolio, sapevamo che la classe media era composta in prevalenza da funzionari dell'ampia burocrazia statale e sapevamo che Internet era molto poco diffuso. Qualcosa filtrava anche a proposito delle violazioni dei diritti umani e della persecuzione della minoranza berbera (su questo blog ci siamo occupati, ad esempio, della vicenda di Madghis Buzakhar), ma poco altro. Giudicando sulla base di queste scarse notizie, tutte vere, il futuro della Libia appariva cupo: non sembrava cioè che potesse esistere una classe dirigente alternativa al regime al potere. Difficile immaginare una rivolta, ancor più difficile pensare a un dopo Gheddafi che non fosse segnato da sanguinose guerre civili.

I fatti degli ultimi mesi hanno però smentito queste fosche previsioni: come avevamo anticipato, sempre su questo blog ('La rabbia e l'immigrazione'), il 17 febbraio la popolazione libica si è sollevata contro Gheddafi, seguendo il modello di Tunisia ed Egitto. Non solo, gli insorti sono stati capaci di mobilitare l'intera popolazione e di portare avanti la loro lotta per sei mesi, pur tra mille difficoltà. Abbiamo assistito inoltre a un utilizzo creativo e imprevedibile della rete per aggirare la censura (v. 'Libya's 'Love revolution': Muslim Dating Site Seeds Protest'). Ma la cosa più interessante per provare a indovinare i prossimi sviluppi è osservare il modo in cui il National Transitional Council è riuscito a costituire in pochi giorni un governo provvisorio capace di gestire la guerra e di mantenere l'ordine nella città di Bengasi e in tutta la regione della Cirenaica (v. 'Libya rebels isolate Gaddafi, seizing cities and oilfields', ma anche 'Benghazi blues'). Abbiamo infatti scoperto che esisteva un ceto di professionisti, soprattutto giudici e avvocati, pronti a governare con il consenso dei loro concittadini. Possiamo quindi noi, e possono soprattutto i libici, dormire sonni tranquilli? Purtroppo no: se il rischio peggiore, quello dell'anarchia, sembra almeno per il momento scongiurato, costruire o ricostruire istituzioni solide è un lavoro lungo, faticoso e dall'esito sempre incerto. Più preoccupante ancora è il fatto che la Libia si trova in un'area geografica politicamente molto instabile, stretta com'è tra Tunisia ed Egitto, e questo non può che influire negativamente sulle sue prospettive.

Una cosa è però certa: come europei non possiamo ignorare quanto sta succedendo in questi giorni a pochi chilometri dalle nostre coste. Storia, geografia e almeno tre questioni politiche chiave (immigrazione, energia, terrorismo) ci legano indissolubilmente agli abitanti del Nord Africa, arabi e berberi. In mancanza di un governo europeo e di una politica estera comune, tocca ora alle singole nazioni muoversi in ordine sparso e anche in questo caso, come per la crisi economica globale, si vedono bene tutti i limiti di un'Europa divisa, mentre per il momento possiamo solo immaginare le opportunità di cui godremmo con la federazione continentale che da sempre i radicali auspicano.

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sabato 13 agosto 2011

Contro le province

Di Marco del Ciello.

I provvedimenti annunciati dal Governo proprio in queste ore hanno riaperto un dibattito antico quanto la Repubblica. Risale infatti addirittura alla Costituente il primo confronto pubblico sull'opportunità di abolire le province. Vedremo se, almeno questa volta, alle parole seguiranno anche i fatti, ma vale la pena di ricapitolare i motivi per cui le province andrebbero non solo diminuite nel numero, come si propone il Governo, ma proprio eliminate.

Tutte le funzioni attualmente affidate alle province potrebbero essere svolte in modo più efficiente o dalle regioni o dai comuni: le regioni infatti hanno le dimensioni (e le conseguenti risorse) per affrontare i problemi più complessi, mentre i comuni hanno la sensibilità e la vicinanza necessarie per risolvere le questioni più minute. Ci sono due casi in cui i comuni non sono in grado di svolgere al meglio le loro funzioni e alle province tocca ricoprire un ruolo di supplenza: quando sono troppo grandi oppure quando sono troppi piccoli. Nel primo caso il nostro ordinamento prevede già due soluzioni complementari: le aree metropolitane per coordinare le attività con i più piccoli comuni limitrofi; le circoscrizioni, o municipi, per mantenere un rapporto diretto con i cittadini. Nel secondo caso la strada maestra da seguire è quella di accorpare i comuni più piccoli fino a raggiungere la massa critica necessaria; una strada che è già stata sperimentata con buoni risultati in Lombardia, la regione che più soffre di questo particolare problema.

Il costo monetario che le province impongono ai cittadini italiani è trascurabile, se rapportato alle dimensioni complessive del bilancio dello Stato, e si riduce in buona sostanza a stipendi e gettoni di presenza di assessori e consiglieri. Si stima che si collochi tra uno e due miliardi di euro all'anno. Lo stesso discorso non vale, però, per i costi decisionali, ovvero la burocrazia. Attualmente, ogni volta che deve essere presa una decisione che interessi un territorio appena più ampio di quello del singolo comune, devono essere coinvolte nel processo decisionale non solo la regione competente, ma anche la o le province che su quel territorio esercitano la propria giurisdizione. Il che si traduce in votazioni che devono avere luogo anche nelle giunte e nei consigli provinciali, oltre che in quelle comunali e regionali, con tutto ciò che ne consegue in termini di tempi e di ritardi sull'approvazione dei provvedimenti. E soprattutto con la difficoltà per il cittadino di attribuire correttamente le responsabilità ai politici coinvolti, per sapere anche chi punire e chi premiare al momento del voto. Si vedano, ad esempio, i casi dell'alta velocità ferroviaria in Val di Susa o della gestione dei rifiuti a Napoli, dove rimane oscura la distribuzione delle competenze.

In definitiva, possiamo sintetizzare così i principali vantaggi dell'abolizione delle province: significativa riduzione del numero di persone che vivono di politica; meno burocrazia; decisioni politiche più rapide; maggiore trasparenza nel processo decisionale.

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sabato 6 agosto 2011

Cambiare la Costituzione per essere più liberi?

Di Marco del Ciello.

L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

(Art. 41 Cost.)

Ieri sera il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il ministro dell'Economia Giulio Tremonti hanno tenuto una conferenza stampa per annunciare quattro proposte di politica economica. Una di queste consiste nella modifica dell'articolo 41 della Costituzione. Secondo gli esponenti del Governo, infatti, la formulazione di questo articolo impedirebbe di realizzare qualsiasi misura di liberalizzazione e di semplificazione burocratica a vantaggio delle imprese. Ma è davvero così? Il primo comma riconosce semplicemente la libertà di iniziativa economica privata, per cui non comporta problemi. I due commi successivi introducono, invece, due ordini di limitazioni a questa libertà.

Ma di che limiti si tratta? Secondo il comma 2, l'attività economica non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale: una formulazione generica che difficilmente può essere invocata in un giudizio di costituzionalità. Il comma pone come altri paletti la sicurezza, la libertà e la dignità umana. E non si vede perché a un privato (ma anche allo Stato) dovrebbe essere permesso di attentare alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana e cosa c'entri questo con le liberalizzazioni e la semplificazione burocratica. L'ultimo comma, infine, affida al legislatore il compito di coordinare e indirizzare l'attività economica pubblica e privata a fini sociali. In pratica, il documento di programmazione economica e finanziaria (dpef), che non mi sembra abbia mai rappresentato una seria minaccia alla libertà di iniziativa economica.

Se il Governo e il Parlamento rispettassero lo spirito e la lettera di questo articolo, noi oggi vivremmo nel paradiso del libero mercato. Forse sarebbe ora di cominciare ad applicarla questa Costituzione, cari ministri, prima di proporre modifiche strampalate.

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