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giovedì 4 ottobre 2012

Radical Party, Alternativa nonviolenta: utopia o necessità?


Stasera, nell'ambito dell'iniziativa Radical Party in corso a Milano dal 28 settembre al 9 ottobre, ci ritroveremo per una riunione settimanale molto speciale. Cambia il giorno: giovedì e non martedì, per ovviare allo sciopero del trasporto pubblico. Cambia la sede: non saremo infatti in via Borsieri 12, ma dentro il gazebo Radical Party in piazza Cordusio. E cambiano anche i protagonisti: avremo infatti come ospiti il radicale storico Guido Biancardi e lo psicologo Aligi Taschera. Parleremo di nonviolenza, tra utopia e necessità. A partire dalla settimana prossima riprenderemo invece le nostre solite abitudini.

Appuntamento giovedì 4 ottobre alle ore 20:30, presso il gazebo Radical Party in piazza Cordusio (MM1 Cordusio) a Milano.

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lunedì 17 settembre 2012

Nonviolenza. Tre lezioni + un incontro di riflessione


A partire da mercoledì prossimo l'associazione Buen Vivir organizza nella sua sede a Milano tre lezioni e un incontro di riflessione sul tema della nonviolenza. Le lezioni saranno tenute dal professor Aligi Taschera, psicologo psicoterapeuta e insegnante di filosofia.

'In una crisi della quale non si riesce a intravedere la fine i conflitti sociali aumentano, e sono destinati ad aumentare in futuro. Per ora nessuno sembra riproporre la lotta armata, e sembra che ci sia un tacito accordo secondo il quale va evitato il confronto violento. Il riferimento alla nonviolenza, diversamente dal passato, sembra ormai essere diffuso. Ma la sua diffusione sembra talvolta avere reso indefiniti e un po' vaghi il concetto e la pratica della nonviolenza. Che cosa si può intendere per violenza e per nonviolenza? Quali sono le origini storiche della nonviolenza? Quali i presupposti filosofici? Nella complessità del mondo di oggi è ancora credibile la nonviolenza come metodo di lotta? E come può essere articolata l'azione nonviolenta all'epoca della crisi?'.


Programma:

Mercoledì 19 settembre, ore 18:30: le basi della nonviolenza. I concetti fondamentali e le pratiche della nonviolenza in Gandhi, Pontara e Capitini.

Mercoledì 26 settembre, ore 18:30: i presupposti filosofici della nonviolenza e le sue motivazioni etiche e politiche. Gli equivoci della nonviolenza.

Mercoledì 3 ottobre, ore 18:30: Galtung e il concetto di violenza strutturale. La violenza strutturale oggi.

Mercoledì 10 ottobre, ore 18:30: Incontro conclusivo. È riproponibile l'azione nonviolenta oggi? E come?


Appuntamento mercoledì 19 settembre alle ore 18:30, presso lo Spazio Sugus in via Jacopo dal Verme 4 (MM2 Garibaldi) a Milano.

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domenica 12 febbraio 2012

La mia militanza politica è cominciata così

Di Emma Bonino.
Da I doveri della libertà. Intervista a cura di Giovanna Casadio.

Fu il mio aborto clandestino, nel 1974, l'episodio scatenante. Avevo 27 anni, il ginecologo sosteneva fossi sterile e invece restai incinta. Ricordo ancora la risposta del medico quando gli chiesi cosa fare: «Per uccidere una vita in fiore, fa un milione». Soldi che non avevo, ovviamente. Mi parlarono del dottor Giorgio Conciani a Firenze. Partii per Firenze. Mi trovai davanti un signore molto perbene che cercava di spiegarmi che non faceva il raschiamento ma l'aspirazione. Io non volevo sapere né sentire niente. Dopo, mentre tornavo a casa, pensai: ma come è possibile, devo andare di notte a bussare alla porta di qualcuno che non conosco. Ero umiliata.
Decisi di ricorrere ai contraccettivi e così cominciai a frequentare l'Aied, l'Associazione per l'educazione demografica. C'era già stato il referendum sul divorzio. Ma di questo non ricordo niente, mia madre raccontava che eravamo andate a votare insieme, io non so cosa votai.
Frequentavo l'Aied come volontaria e lì venivano tante donne. Per moltissime era ormai tardi per la contraccezione, cercavano un modo per abortire. Alcune le mandavo da Conciani. A settembre del 1974 lessi su un giornale un trafiletto: tale signora Adele Faccio aveva aperto un Centro per l'informazione, la sterilizzazione e l'aborto in corso di Porta Vigentina a Milano. Era il Cisa. Mi sono presentata. Adele mi spiega la campagna di aiuto alle donne, una campagna pubblica. Per la prima volta sento le parole «disobbedienza civile». Ogni martedì si ricevevano le donne, la polizia ne era evidentemente informata. Chiesi se potevo dare una mano anch'io. Il martedì mi presentavo lì, creammo il consultorio, spiegavamo alle donne che era pubblico, che forse c'erano dei poliziotti, che era probabile ci fossero degli infiltrati, che era una campagna politica per modificare la legge sull'aborto. Le donne tornavano meno colpevolizzate, più rasserenate, più consapevoli di volere la contraccezione.
La mia militanza politica è cominciata così, con Adele, nella battaglia contro l'aborto clandestino, le mammane, i «cucchiai d'oro».

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domenica 15 gennaio 2012

Il digiuno secondo Tolstòj

Di Lev Tolstòj.
Da Perché la gente si droga? E altri saggi su società, politica, religione.

Un uomo ingordo non è capace di lottare contro la pigrizia, e un uomo ingordo e ozioso non avrà mai la forza di lottare contro la bramosia sessuale. E perciò in tutte le dottrine l'anelito alla temperanza è sempre cominciato con una lotta contro la bramosia dell'ingordigia, è sempre cominciato con il digiuno. Invece nel nostro mondo, in cui qualsiasi atteggiamento serio nei confronti della conquista d'una vita buona s'è smarrito a tal punto e da talmente tanto tempo che la prima fra le virtù – la temperanza –, senza la quale le altre divengono impossibili, viene considerata superflua, è andato perduto anche quell'ordine di successione che occorre nell'acquisire davvero questa prima virtù, e al digiuno molti non pensano nemmeno più, e ritengono invece che il digiuno sia una stupida superstizione e che il digiuno non serva a nulla.
E invece proprio così come la prima condizione per una vita buona è la temperanza, allo stesso modo anche la prima condizione per una vita temperante è il digiuno.
Si può desiderare d'essere buoni, si può sognare il bene, senza digiunare; ma nella realtà essere buoni senza il digiuno è altrettanto impossibile come lo è il camminare se non ci si alza in piedi.
Il digiuno è condizione necessaria per una vita buona. L'ingordigia invece è sempre stata ed è il primo sintomo del contrario, ovverosia della vita cattiva, e, purtroppo, questo sintomo si riscontra in altissimo grado nella vita della maggioranza degli uomini del nostro tempo.

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domenica 4 dicembre 2011

Il Partito Radicale proclama il diritto e la legge...

Dallo Statuto del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito*.


Preambolo allo Statuto

Il Partito Radicale
proclama il diritto e la legge, diritto e legge anche politici del Partito Radicale,
proclama nel loro rispetto la fonte insuperabile di legittimità delle istituzioni,
proclama il dovere alla disobbedienza, alla non-collaborazione, alla obiezione di coscienza, alle supreme forme di lotta nonviolenta per la difesa, con la vita, della vita, del diritto, della legge.
Richiama se stesso, ed ogni persona che voglia sperare nella vita e nella pace, nella giustizia e nella libertà, allo stretto rispetto, all'attiva difesa di due leggi fondamentali quali:
La Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo (auspicando che l'intitolazione venga mutata in "Diritti della Persona") e la Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo nonché delle Costituzioni degli Stati che rispettino i principi contenuti nelle due carte; al rifiuto dell'obbedienza e del riconoscimento di legittimità, invece, per chiunque le violi, chiunque non le applichi, chiunque le riduca a verbose dichiarazioni meramente ordinatorie, cioè a non-leggi.
Dichiara di conferire all'imperativo del "non uccidere" valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa.

* Il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito terrà la seconda sessione del suo 39° Congresso a Roma dall'8 all'11 dicembre. Info su www.radicalparty.org.

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domenica 16 ottobre 2011

I fini e i mezzi

Di Aldo Capitini.
Da Le tecniche della nonviolenza.

Nella grossa questione del rapporto tra il mezzo e il fine, la nonviolenza porta il suo contributo in quanto indica che il fine dell'amore non può realizzarsi che attraverso l'amore, il fine dell'onestà con mezzi onesti, il fine della pace non attraverso la vecchia legge di effetto tanto instabile "Se vuoi la pace, prepara la guerra", ma attraverso un'altra legge: "Durante la pace, prepara la pace."

Non si insisterà mai abbastanza, specialmente in presenza di mentalità superficialmente legalistiche, farisaiche, intimamente indifferenti, che la nonviolenza è affidata al continuo impegno pratico, alla creatività, al fare qualche cosa, se non si può far tutto, purché ogni giorno si faccia qualche passo avanti. La nonviolenza è affidata a un metodo che è aperto in quanto accoglie e perfeziona sempre i suoi modi, ed è sperimentale perché saggia le circostanze determinate di una situazione. E siccome la nonviolenza nella sua espressione positiva è "apertura all'esistenza, alla libertà, allo sviluppo, di ogni essere", e nella sua espressione negativa è "proposito di non distruggere gli esseri, di non offenderli, non torturarli, né sopprimerli", chiaro che un metodo così ispirato dia il massimo rilievo ai mezzi.

Dice Gandhi:
Si dice "i mezzi in fin dei conti sono mezzi". Io vorrei dire "i mezzi in fin dei conti sono tutto". Quali i mezzi, tale il fine. Il Creatore infatti ci ha dato autorità (e anche questa molto limitata) sui mezzi, non sul fine [...] La vostra convinzione che non vi sia un rapporto tra mezzi e fine, è un grande errore. Per via di questo errore, anche persone che che sono state considerate religiose hanno commesso crudeli delitti. Il vostro ragionamento equivale a dire che si può ottenere una rosa piantando un'erba nociva [...] Il mezzo può essere paragonato a un seme, il fine a un albero; e tra mezzo e il fine vi è appunto la stessa inviolabile relazione che vi è tra il seme e l'albero.

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venerdì 23 settembre 2011

Nonviolenza

Di Giorgio Inzani.
Da La bontà è scomparsa?.

La nonviolenza
è rivoluzionaria
perché manda all'aria
la catena delle complicità
che permetton alla violenza
di apparire come ovvietà
Perché la violenza, è, invece, rivolta
poiché viene all'umanità tolta
la capacità di decidere
ma non quella d'irridere.

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domenica 18 settembre 2011

La libertà attraverso la violenza?

Di Gene Sharp.
Da Come abbattere un regime. Manuale di liberazione nonviolenta.

Cosa bisogna fare in questi casi? Le possibilità più ovvie sono anche quelle in apparenza meno utilizzabili. In genere, i dittatori ignorano le barriere costituzionali e legali, le sentenze giudiziarie e l'opinione pubblica. Messe davanti a brutalità, torture, sparizioni e omicidi, spesso le persone arrivano alla conclusione che l'unico modo per sconfiggere la dittatura passi attraverso la violenza. Mosse dalla rabbia, a volte le vittime si sono organizzate militarmente per combattere dittatori spietati con qualsiasi mezzo a loro disposizione, nonostante le scarse possibilità di successo. Spesso queste persone si sono battute con coraggio, pagando un prezzo altissimo. Hanno raggiunto alcuni degli obiettivi, ma di rado hanno ottenuto la libertà. Le rivolte violente possono innescare una repressione brutale che poi lascia il popolo in condizioni più disperate di prima.

Quali che siano i meriti dell'opzione violenta, una cosa è chiara: confidando nella violenza, si sceglie un terreno di lotta in cui gli oppressori hanno quasi sempre la superiorità. I dittatori dispongono dei mezzi per applicare la violenza in maniera soverchiante. Per quanto a lungo i democratici possano perseverare, alla fine la repressione militare diventa inevitabile. I dittatori dispongono quasi sempre di truppe, munizioni, mezzi logistici e militari superiori. Nonostante il coraggio, per i democratici non c'è partita.

Quando la ribellione militare convenzionale è considerata un'opzione poco realistica, alcuni dissidenti ricorrono alla guerriglia. Tuttavia è molto raro, se non impossibile, che questa vada a beneficio della popolazione oppressa o conduca alla democrazia. La guerriglia non è una soluzione scontata, soprattutto se si considera la sua tendenza a incrementare paurosamente la quantità di vittime nella popolazione stessa. La tecnica della guerriglia non offre alcuna garanzia contro il fallimento, nonostante il supporto ideologico e le analisi strategiche e, a volte, l'appoggio internazionale. Di solito si protrae per lunghi anni. I civili vengono spesso fatti sfollare dalle autorità al potere, causando immense sofferenze umane e sradicamento sociale.

Persino quando ha successo, a lungo termine la guerriglia comporta conseguenze strutturali negative. Nell'immediato, il regime sotto attacco diventa ancora più dispotico. In caso la guerriglia abbia infine la meglio, il nuovo regime sarà più oppressivo del precedente a causa dell'eccessiva militarizzazione e dell'indebolimento, in seguito agli scontri, dei gruppi sociali e delle istituzioni indipendenti – organismi vitali nella creazione e nel consolidamento di una società democratica. Chi è ostile alle dittature, dovrebbe cercare un'altra soluzione.

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sabato 17 settembre 2011

Una nonviolenza per il XXI secolo

Di Marco del Ciello.

Dopo un'attesa di quasi vent'anni arriva nelle librerie del nostro paese l'edizione italiana di un libro che dal 1993, anno della sua prima pubblicazione, ha conosciuto una fortuna straordinaria un po' in tutto il mondo. Scritto in origine per rispondere alle esigenze dei democratici birmani, Come abbattere un regime è stato poi tradotto in trenta lingue e ha raggiunto a piccoli passi e in modo un po' avventuroso i Balcani, l'Europa Orientale e infine il Nord Africa, diventando un punto di riferimento per chiunque debba confrontarsi con un regime dittatoriale. Il suo autore, l'anziano professore americano Gene Sharp (classe 1928), ha infatti compiuto con questo volume una straordinaria operazione politica prima ancora che culturale. Dopo aver studiato per molti anni le teorie e le tecniche della nonviolenza, in particolare nelle esperienze portate avanti da Gandhi e Martin Luther King, Sharp ha condensato i principi della nonviolenza in poco più di un centinaio di pagine. Insomma, un vero e proprio manuale di lotta politica contro i tiranni. La sua semplicità e la sua aderenza alle situazioni concrete possono spiegarne il successo, nonostante la circolazione clandestina a cui questo libro è stato spesso costretto dai regimi autoritari.

I primi due capitoli (Affrontare le dittature in maniera realistica e I pericoli dei negoziati) mettono in seria discussione le strade alternative, dalla lotta armata al negoziato, evidenziando con uno spietato processo di eliminazione che la nonviolenza non è solo un'opzione praticabile, ma è anche l'unica possibile per chi non voglia limitarsi a rovesciare un regime, bensì instaurare una democrazia stabile. Un punto centrale nell'argomentazione dell'autore, ripreso e sviluppato meglio nell'ultimo capitolo (Le fondamenta di una democrazia duratura), è infatti l'attenzione al dopo: la lotta nonviolenta deve essere sempre condotta in modo da porre le premesse per l'istituzione di un governo libero ed evitare il rischio, fin troppo concreto, di passare da un dittatore a un altro, con una semplice revisione dell'organigramma del regime. In mezzo, una riflessione non banale sul potere, sulle fonti della sua legittimità e sui suoi punti deboli (Capitolo 4, I punti deboli delle dittature) e un'attenzione speciale alla pianificazione e alla strategia (Capitolo 7, Pianificare la strategia). Completa il volume un elenco dei metodi di azione nonviolenta, suddivisi in categorie, da Metodi di persuasione e di protesta nonviolenta fino a Metodi di intervento nonviolento. Da notare, inoltre, che Sharp, come prima di lui Gandhi, si pone il problema di trovare un'alternativa al termine nonviolenza, che ha una connotazione negativa, e la individua nell'espressione political defiance (resa in italiano come ribellione politica) per sottolineare la natura politica e non etica o religiosa del suo pensiero.

Dicevamo della curiosa fortuna di questo libro: appare per la prima volta, in lingua inglese, in Thailandia all'inizio degli anni Novanta; attraverso uno studente che ne cura la traduzione arriva poi in Indonesia nel 1997. Nel 2000 è la bibbia del movimento giovanile serbo Otpor, che organizza la rivolta contro il locale dittatore Slobodan Milošević. Raggiunto il loro obiettivo iniziale, i ragazzi di Otpor cominciano a viaggiare attraverso l'Europa orientale per formare e istruire i militanti georgiani, ucraini e bielorussi. Insieme alla loro esperienza portano con sé anche il libro di Sharp, che diventa così un punto di riferimento per le rivoluzioni colorate dello scorso decennio. Oggi questo volume, insieme ad altri scritti dello stesso autore, è disponibile sul sito dell'Albert Einstein Institution in venticinque lingue... tra cui l'arabo. E in effetti anche i giovani tunisini ed egiziani hanno un debito di riconoscenza nei confronti di Sharp. E io ritengo che sia proprio questo il merito principale del libro: pur non presentando idee particolarmente originali rispetto ai testi canonici, ha fatto uscire la nonviolenza dal Novecento per consegnarla a una nuova generazione di militanti, a cui ha trasmesso anche la speranza che sia possibile prevenire la tirannia e lottare con successo contro le dittature senza ricorrere a colossali bagni di sangue, e che sia possibile estirpare i regimi dittatoriali in modo che dalle loro ceneri non ne sorgano di nuovi.

Gene Sharp, Come abbattere un regime. Manuale di liberazione nonviolenta, Chiarelettere, Milano, 2011.

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domenica 14 agosto 2011

Questa è la storia completa delle Mie Prigioni

Di Henry David Thoureau.
Da La disobbedienza civile.

Non pagai la tassa di voto per sei anni. Anzi, una volta passai una notte intera in prigione proprio per questo.

Fu un'esperienza abbastanza nuova e interessante. Quando entrai, i detenuti stavano sulla porta, in maniche di camicia, a fare quattro chiacchiere e godersi l'aria della sera. Ma il secondino disse: «Su, ragazzi, è ora di chiudere» e si dispersero. Sentii i loro passi rimbombare nelle celle. Il secondino mi presentò il mio compagno di stanza come «un tipo in gamba, un uomo capace». Quando la porta fu chiusa, costui mi mostrò dove dovevo appendere il cappello e come in genere se la cavava là dentro. Le stanze venivano imbiancate una volta al mese; e almeno questa dov'ero era la più bianca, la più semplicemente ammobiliata e forse anche la più linda di tutta la città. Naturalmente, l'uomo volle sapere da dove venivo e cosa mi avesse portato in carcere. Glielo dissi e gli chiesi a mia volta come lui fosse finito in quel luogo immaginando, naturalmente, che fosse un onest'uomo; e, visto come vanno le cose, credo proprio che lo fosse.

«Mah» disse. «Mi accusano di avere incendiato un granaio; mica l'ho fatto, però.» Da quanto potei capire e immaginare, doveva essere andato a dormire in un granaio, ubriaco, fumando la pipa; e il granaio aveva preso fuoco. Aveva reputazione di uomo capace; stava là da circa tre mesi, in attesa del processo, e doveva aspettarne altrettanti, ma ormai s'era completamente adattato alla situazione e persino ne era contento: mangiava e dormiva gratis, e (come credeva) era trattato bene.

Ci mettemmo lui a una finestra e io all'altra. Capii che, a restare in prigione a lungo, l'occupazione principale sarebbe stata quella di guardare dalla finestra. In poco tempo lessi tutti gli opuscoli lasciati nella cella ed esaminai i luoghi dai quali alcuni prigionieri erano evasi e doveva era sta aggiunta un'inferriata; e ascoltai le storie dei vari abitanti di questa stanza. Scoprii che anche qui c'era una storia e c'erano pettegolezzi ma non oltrepassavano le mura. Probabilmente, questa è la sola casa della città dove si scrivano versi, stampati perché circolino là dentro ma mai pubblicati. Mi fu mostrata una lunga lista di poesie composte da certi giovanotti scoperti mentre tentavano la fuga e che s'erano vendicati cantandole.

Spremetti più informazioni che potei dal mio compagno di cella perché temevo di non rivederlo un'altra volta; alla fine mi indicò il mio letto e mi lasciò a spegnere la candela.

Stare lì per una notte era come viaggiare in un Paese lontano che non avessi mai pensato di potere ammirare. Mi pareva di non aver mai udito l'orologio municipale battere le ore prima di allora, né i rumori del villaggio a sera, poiché dormimmo con le finestre spalancate che erano aldiquà delle sbarre. Era come vedessi il villaggio dove sono nato in un'aura medievale, il nostro fiume Concord come il Reno, mentre visioni di cavalieri e castelli mi passavano davanti agli occhi. Erano le voci dei borghesi di un tempo quelle che udivo nelle strade, spettatore e ascoltatore involontario di tutto ciò che veniva fatto e detto nella cucina della adiacente locanda. Anche quest'esperienza era completamente nuova e rara, per me, una visione più ravvicinata della mia città, le stavo proprio nel cuore, non ne avevo mai visto le istituzioni, prima di allora. Questa del carcere è un'istituzione particolare poiché la nostra cittadina è capoluogo di contea. Cominciai a capire di cosa s'occupassero i suoi abitanti.

La mattina ci passarono la colazione attraverso un buco nella porta ed era in gamellette di latta, oblunghe e quadrate, fatte in modo da poter passare per quel pertugio. La colazione consisteva in una pinta di cioccolata e pane nero; ci dettero anche un cucchiaio di ferro. Quando ci chiesero di restituire i recipienti, fui tanto ingenuo da restituire anche il pane che non avevo mangiato ma il mio compagno fu svelto a prenderlo spiegandomi che dovevo conservarlo per il pranzo e la cena. Poco dopo, uscì per andare al lavoro (falciava il fieno in un campo vicino) come faceva ogni giorno: non sarebbe ritornato prima di mezzodì. Così mi augurò il buon giorno dicendo che dubitava di rivedermi.

Quando uscii di prigione – qualcuno si intromise e pagò l'imposta per me – non mi parve che fossero avvenuti grandi cambiamenti nella pubblica piazza, come invece era successo a quel tale che era entrato in prigione da giovane e ne era uscito vacillante e canuto; e tuttavia, per me, un mutamento c'era stato, su quella scena – la città, lo Stato, il Paese – e più grande di qualsiasi altro provocato dal mero scorrere del tempo. Vedevo più chiaramente lo Stato nel quale vivevo. Vedevo fino a che punto le persone tra le quali vivevo potevano essere considerate buoni vicini e buoni amici; mi resi conto che la loro amicizia durava solo nella buona stagione e non si affannavano oltremodo per la giustizia; che, per i loro pregiudizi e le loro superstizioni, appartenevano a una razza completamente diversa dalla mia, come i cinesi o i malesi; che nei loro sacrifici per l'umanità non correvano nessun rischio, né nella persona né nella proprietà; che dopotutto, non erano tanto nobili, ma trattavano il ladro nella stessa maniera in cui il ladro li trattava; e che speravano di salvarsi l'anima con un certo conformismo esteriore e poche preghiere – camminando, di tanto in tanto, lungo un certo qual sentiero, diritto ma inutile. Può darsi che stia giudicando i miei vicini severamente; credo che molti di loro non sappiano che c'è l'istituzione della prigione, nel nostro villaggio.

Un tempo, qui, quando un povero debitore usciva di galera, i conoscenti lo salutavano guardandolo attraverso le dita delle mani incrociate come delle sbarre e gli chiedevano: «Come va?». I miei vicini non mi salutarono così: ma prima guardarono me e poi si guardarono tra di loro, quasi fossi ritornato da un lungo viaggio. Mi avevano messo in prigione che stavo andando dal calzolaio a ritirare una scarpa che m'ero fatta accomodare. Il mattino dopo, quando uscii, eseguii la mia commissione e, infilatami la scarpa aggiustata, mi unii a un gruppo di persone che andavano per sorbe e che erano impazienti di mettersi sotto la mia guida. Il cavallo fu presto bardato e attaccato al carretto e mezz'ora dopo ero in un campo di sorbe, su uno dei nostri colli più alti, a due miglia dalla città, e lo Stato non si poteva vederlo da nessuna parte.

Questa è la storia completa delle Mie Prigioni.

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domenica 31 luglio 2011

Il primo digiuno di Pannella

Di Valter Vecellio.
Da Marco Pannella. Biografia di un irregolare.

Pannella è l'uomo dei digiuni. Quanti ne abbia fatti non lo sa neppure lui: della fame, della sete, digiuni lunghissimi, mettendo spesso a repentaglio la sua vita. Per prolungare di qualche ora l'iniziativa è giunto a bere le sue urine davanti alle telecamere di «Canale 5» [...].
Non v'azzardate a dire che si tratta di digiuni di protesta. «Sono sempre e "solo" di P-R-O-P-O-S-T-A – sillaba –. Io non lotto per la mia legalità, ma perché sia rispettata la legge che si sono dati coloro che per primi la violano».
Qual è stato il primo digiuno? «A Parigi, all'inizio degli anni '60. Lavoravo a Parigi per "Il Giorno". C'era un vecchio anarchico francese, Louis Lecoin, uno che contro la tradizione anarchica aveva chiesto addirittura al papa di intervenire per salvare Sacco e Vanzetti; era un nonviolento con un certo prestigio nel mondo intellettuale francese, digiunava contro la guerra in Algeria, all'Arc de Triomphe, e mi aggregai. Dopo quattro o cinque giorni lui smise, e smisi anch'io».

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domenica 3 luglio 2011

Il primo digiuno non si scorda mai

Di Sergio Ravelli.
Da Radicale ignoto. Appassionatamente radicale. Fatti aneddoti e ricordi.

Fino ad allora non avevo mai praticato questa forma di lotta nonviolenta. La condividevo, ma non mi sentivo attrezzato, forse condizionato psicologicamente dal fatto di essere cresciuto in una osteria dove la convivialità, il mettersi attorno ad una tavola imbandita, rappresentava un elemento ineliminabile. Ma quella volta mi sentivo veramente coinvolto dalla problematica [lo sterminio per fame nel mondo] e deciso a dare il mio piccolo ma concreto contributo per la buona riuscita di una grande battaglia, giunta ad un passaggio cruciale in Parlamento. Decidemmo pertanto di iniziare, io ed Elio Scarnato di Crema, con uno sciopero della fame di 15 giorni. Al termine avremmo passato il testimone ad altri compagni che, ogni tre giorni, a staffetta, avrebbero proseguito il digiuno. Le modalità del digiuno erano quelle di sempre: tre cappuccini zuccherati al giorno e acqua a volontà. La versione occidentale e moderna (inventata dai radicali) del digiuno gandhiano. In pratica il minimo calorico (400-450 Kcal.), rispetto ad un fabbisogno medio di 3000-3500 Kcal. Detta così non sembra una cosa particolarmente gravosa per un corpo giovane e sano. Sennonché c'è di mezzo la "testa", vale a dire l'elemento psicologico che, anche in questo caso, gioca un ruolo assolutamente determinante. Solo se hai una forte motivazione, sei ben determinato e hai un obiettivo credibile, allora ce la puoi fare senza grossi problemi, continuando a svolgere l'attività e la vita di tutti i giorni. Anzi, ti accorgi di poter fare molte più cose e di poterle fare meglio, con maggiore concentrazione. L'importante è riempire utilmente le proprie giornate, non sprecare il tempo ma convertirlo in azione positiva.

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martedì 10 maggio 2011

Comunicato stampa Lista Bonino-Pannella: Conferenza stampa di presentazione del programma elettorale e obiettivi dell'azione nonviolenta di Marco Pannella giunto al ventesimo giorno di sciopero della fame

LISTA BONINO-PANNELLA: Conferenza stampa di presentazione del programma elettorale e obiettivi dell'azione nonviolenta di Marco Pannella giunto al ventesimo giorno di sciopero della fame

Domani, mercoledì 11 maggio, conferenza stampa della Lista Bonino-Pannella, presso:

The Hub (sala Giardino) - via Paolo Sarpi, 8 - ore 10.45

Con i capolista della Lista Bonino-Pannella:
Marco PANNELLA
Marco CAPPATO
On. Maria Antonietta FARINA COSCIONI
, Segretario della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati.

Per finanziare la campagna elettorale: http://milano.boninopannella.it/contribuisci

http://milano.boninopannella.it/

Facebook: Milanoradicalmentenuova lista bonino-pannella

Twitter: Bonino Pannella Milano

domenica 6 febbraio 2011

Cosa significa la parola 'satyagraha'?

Di Mark Kurlansky.
Da Un'idea pericolosa. Storia della nonviolenza.

Il primo indizio, la prima lezione che la storia ci impartisce sulla nonviolenza è che non esiste una parola per definirla. Il concetto è stato elogiato da tutte le grandi religioni e, nel corso dei secoli, è stato praticato in numerose occasioni. Eppure, sebbene tutte le lingue principali abbiano un un vocabolo per la nozione di violenza, non esiste alcun termine che esprima l'idea di nonviolenza se non attraverso una negazione, ovvero dichiarando che non è violenza. In sanscrito il termine per violenza è himsa, danno, mentre la negazione di himsa - così come nonviolenza è la negazione di violenza - è ahimsa, non recare danno. Ma se ahimsa significa «non recare danno», quale sarà l'azione realmente espressa?

L'unica spiegazione possibile dell'assenza di un termine positivo per esprimere la nonviolenza è che non solo gli establishment politici ma anche quelli culturali e intellettuali l'abbiano sempre percepita come un punto di vista marginale, il fantasioso rifiuto di una delle componenti basilari della società: il ripudio di qualcosa di importante, ma privo di una propria forza concreta. Non si tratterebbe quindi di un concetto autonomo, ma semplicemente della opposizione a qualcos'altro. La nonviolenza è stata sospinta ai margini perché rappresenta una delle poche idee realmente rivoluzionarie, un concetto che cerca di cambiare completamente la natura della società. Una minaccia all'ordine costituito. Per queste ragioni la nonviolenza è sempre stata trattata come qualcosa di profondamente pericoloso.
[...].

Mohandas Gandhi coniò un neologismo per esprimere questo concetto: satyagraha, da satya che vuol dire verità. Il termine, secondo Gandhi, significa letteralmente «fermezza della verità» o «forza della verità». È interessante notare come, sebbene gli insegnamenti e le tecniche di Gandhi abbiano avuto un enorme impatto sugli attivisti politici di tutto il mondo, la parola da lui inventata, satyagraha, non abbia trovato diffusione.

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giovedì 18 novembre 2010

Digiuno contro la guerra e la pena di morte, per la legalità nelle carceri

Di Emiliano Silvestri.
Da Riforma del 19/11/2010.

Mentre a Chianciano si svolgeva la 41a assemblea generale dell'Unione cristiana evangelica dei battisti d'Italia, Marco Pannella, dal palco del IX Congresso di Radicali Italiani, che si svolgeva a poche centinaia di metri di distanza, annunciava la sospensione dello sciopero della sete, giunto ormai al quinto giorno. Il leader radicale aveva deciso di inasprire la lotta nonviolenta che lo vede in sciopero della fame dal 2 ottobre (Giornata mondiale della nonviolenza) per impedire l'esecuzione della condanna a morte di Tarek Aziz (il volto internazionale del regime criminale di Saddam Hussein). Pannella ha sospeso la sua estrema forma di lotta dopo la telefonata del ministro degli Affari Esteri Franco Frattini che, dopo aver accettato di accompagnarlo a Baghdad per scongiurare l'esecuzione, gli comunicava l'annuncio iracheno di sospensione della condanna fino alla conclusione del processo d'appello.

Il giorno prima, in un discorso interrotto per tirare boccate dal sigaro al fine di recuperare un minimo di salivazione per continuare a parlare, il dissidente radicale aveva spiegato i motivi e gli obiettivi della sua lotta politica nonviolenta. Inserito nel satyagraha (termine che significa «amore e ricerca della verità») avviato dal Partito radicale nonviolento per la pace, lo stato di diritto e l'affermazione del diritto individuale alla democrazia, lo sciopero della fame di Pannella continuerà fino alla conquista di legalità nelle carceri e all'istituzione di una commissione d'inchiesta o almeno l'avvio di un'indagine ufficiale sul comportamento del Governo italiano nella vicenda precedente alla guerra in Iraq. Le carceri italiane, che dispongono di 44.612 posti nei quali sono stipati 68.527 detenuti, sono ormai diventati luoghi dove la tortura e la morte tornano a essere normalità invece che scandalo; luoghi dove in 10 anni sono morte 1700 persone (un terzo delle quali suicide), luoghi dove, secondo Pannella «si riaffacciano nuclei di quella shoah che rappresentò, e minaccia di tornare a essere, il prevalere storico di un istinto bestiale, assassino e suicida, nella specie umana».

Per quanto riguarda la guerra scatenata contro il regime di Saddam Hussein, il leader radicale ha ricordato che l'Italia fu l'unico Paese il cui Parlamento aveva dato mandato al governo di adoperarsi per scongiurare quella guerra e il cui presidente del Consiglio, con l'attiva complicità di Muhammar Gheddafi, sembra aver consapevolmente agito nella direzione opposta. L'ottantunenne leader radicale chiede l'emersione di quella che documenti ufficiali indicano come la «incredibile verità storica, nascosta e negata in primo luogo proprio - oggi - nel e dal nostro mondo libero, "occidentale", "civile", dei "diritti umani": il 18/19 marzo 2003, Bush e Blair fecero letteralmente scoppiare la guerra sol perché non scoppiassero in Iraq la libertà e la pace, con l'esilio, oramai accettato, da Saddam».

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domenica 7 novembre 2010

La lotta nonviolenta degli immigrati di Brescia e Milano

Di Marco del Ciello.

Le cronache giornalistiche degli ultimi giorni ci hanno raccontato le storie di lavoratori immigrati che, per rivendicare i loro diritti, salgono su gru e torri, prima a Brescia e poi anche a Milano. Proprio come avevano fatto numerosi loro colleghi italiani nei mesi e negli anni scorsi. Questa forma di lotta nonviolenta non è però un'invenzione degli immigrati, né un prodotto della crisi economica globale che ha investito l'Italia e l'Europa a partire dal 2008, ma al contrario ha alle spalle una lunga storia. Ecco cosa scriveva ad esempio il filosofo Aldo Capitini nel 1967 a proposito dello "sciopero della ciminiera":

(conosciuto nell'esperienza sindacale giapponese) quando un lavoratore sale sulla più alta ciminiera della fabbrica durante l'agitazione e vi resta, esposto giorno e notte alle intemperie, fino a quando non siano state accolte le richieste dei compagni scioperanti.

(Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza).

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