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venerdì 12 ottobre 2012

Premio Nobel per la Pace all'Unione Europea: le motivazioni ufficiali (in italiano)


Da Nobelprize.org. The Official Web Site of the Nobel Prize.


Il Premio Nobel per la Pace 2012


Il Comitato Norvegese per il Nobel ha deciso di assegnare il Premio Nobel per la Pace 2012 all'Unione Europea (UE). L'unione e i suoi precursori hanno infatti contribuito per sei decenni al progresso della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa.

Negli anni tra le due Guerre, il Comitato Norvegese per il Nobel ha premiato diverse persone che perseguivano la riconciliazione tra Germania e Francia. Dal 1945 quella riconciliazione è diventata una realtà. Le spaventose sofferenze della Seconda Guerra Mondiale hanno reso evidente la necessità di una nuova Europa. In un periodo di settant'anni Germania e Francia avevano combattuto tre guerre. Oggi una guerra tra Germania e Francia è impensabile. Questo dimostra come, attraverso sforzi ben indirizzati e costruendo una fiducia reciproca, nemici storici possono diventare stretti alleati.

Negli anni Ottanta Grecia, Spagna e Portogallo sono entrati nell'Unione Europea. L'introduzione della democrazia è stata una condizione per la loro adesione. La caduta del Muro di Berlino ha poi reso possibile l'adesione di parecchi paesi dell'Europa centrale e orientale, aprendo così una nuova era nella storia europea. La divisione tra Oriente e Occidente è stata in larga misura superata; la democrazia è stata rafforzata; molti conflitti etnici all'interno delle nazioni sono stati ricomposti.

L'ammissione della Croazia come membro l'anno prossimo, l'apertura di negoziati per l'adesione con il Montenegro e la concessione dello status di paese candidato alla Serbia consolidano tutti il processo di riconciliazione nei Balcani. Nel decennio scorso la possibilità di adesione all'Unione Europea della Turchia ha inoltre fatto progredire la democrazia e i diritti umani anche in quel paese.

L'Unione Europea sta adesso attraversando gravi difficoltà economiche e vive un notevole conflitto sociale. Il Comitato Norvegese per il Nobel vuole però concentrarsi su quello che considera il più importante risultato raggiunto dall'Unione Europea: la vittoriosa lotta per la pace e la riconciliazione, per la democrazia e i diritti umani. Il ruolo stabilizzatore svolto dall'Unione Europea ha contribuito a trasformare la maggior parte dell'Europa da un continente di guerra a un continente di pace.

Il lavoro dell'Unione Europea rappresenta la 'fraternità tra le nazioni' ed equivale a una forma di quei 'congressi di pace' a cui Alfred Nobel fa riferimento nel suo testamento del 1895 tra i criteri per l'assegnazione del Premio per la Pace.

Oslo, 12 ottobre 2012

(Traduzione a cura di Marco del Ciello. Il testo nell'originale inglese è disponibile a questo link)

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mercoledì 30 maggio 2012

Quale modello di sviluppo per l’Europa?


Lunedì prossimo, nell'ambito del ciclo di incontri 'Quale crescita per l'Europa?', il Circolo culturale 'Altiero Spinelli', in collaborazione con l'Università degli Studi di Milano, l'Ufficio di informazione di Milano del Parlamento Europeo e la Rappresentanza a Milano della Commissione Europea, organizza un dibattito dal titolo 'Quale modello di sviluppo per l’Europa?'. Partecipano: Alfonso Iozzo, economista e già presidente del Movimento Federalista Europeo; Alessandro Missale, docente di Economia europea presso l'Università degli Studi di Milano; Olivia Bonardi, docente di Diritto del lavoro presso l'Università degli Studi di Milano; Patrizia Toia, parlamentare europea del Partito Democratico. Introduce: Antonio Longo, direttore del Circolo culturale 'Altiero Spinelli'.

La crisi greca e dell'Eurozona mostrano che la politica di risanamento dei bilanci nazionali deve essere accompagnata da una politica di crescita e che questa deve essere fatta dall'Europa. Di quale crescita occorre parlare? Quattro-cinque anni di crisi finanziaria, economica e sociale mostrano che il vecchio modello di sviluppo economico non è più ripristinabile nelle stesse forme. Il ciclo della rivoluzione industriale si è chiuso ed è iniziata l'era della rivoluzione scientifica e tecnologica e dell'economia sostenibile (...). È indispensabile il varo di un piano europeo limitato ma decisivo per indicare la direzione di marcia a tutti gli operatori economici e sociali europei (...). Il rilancio degli investimenti di cui ha bisogno l'Europa nei settori delle energie rinnovabili, della ricerca scientifica e dell'innovazione devono essere attuati contando su 'risorse proprie' ed attivando l'emissione di Euro Project Bonds (...). Ma il nuovo modello di sviluppo non è solo una questione economica, ma anche sociale e politica ad un tempo. Ha a che fare con la necessità di riformare la struttura del vecchio 'welfare' che chiedeva contributi ai giovani per sostenere gli anziani (...) e che non è più sostenibile, per passare ad un nuovo 'welfare' basato sulla costituzione di alcuni beni pubblici essenziali in 'Fondo patrimoniale' a carattere pubblico. Esso manterrebbe la proprietà degli investimenti effettuati, al fine di disporre — con il reddito sia pure differito di tali investimenti — di risorse per le nuove generazioni (...). Sarebbe così possibile effettuare la svolta dal 'debito' al 'credito' pubblico e garantire un nuovo 'welfare' alle giovani generazioni. Dunque, un nuovo 'dividendo sociale' come elemento centrale del nuovo 'welfare' e del modello sociale europeo (Alfonso Iozzo).

Appuntamento lunedì 4 giugno alle ore 16:30, presso l'Aula 5 della Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano in via Conservatorio 7 (MM1 San Babila) a Milano.

(Grazie ad Antonio Longo e Alessandro Zunino per la segnalazione).

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lunedì 14 maggio 2012

Il nuovo Trattato sulla disciplina di bilancio: luci ed ombre del 'fiscal compact'


Oggi pomeriggio, nell'ambito del ciclo di incontri 'Quale crescita per l'Europa?', il Circolo culturale 'Altiero Spinelli', in collaborazione con l'Università degli Studi di Milano, l'Ufficio di informazione di Milano del Parlamento Europeo e la Rappresentanza a Milano della Commissione Europea, organizza un dibattito dal titolo 'Il nuovo Trattato sulla disciplina di bilancio: luci ed ombre del fiscal compact'. Partecipano: Antonio Longo, Circolo culturale 'Altiero Spinelli'; Bruno Marasà, direttore dell'Ufficio di informazione di Milano del Parlamento Europeo; Franco Praussello, docente di Economia dell'Integrazione Europea presso l'Università di Genova; Paolo Petracca, presidente provinciale delle ACLI di Milano; Francesca Balzani, Parlamento Europeo; Antonio Padoa Schioppa, docente di Storia del diritto presso l'Università degli Studi di Milano.

Il Consiglio Europeo del 9 dicembre 2011 ha varato un nuovo Trattato sulla disciplina di bilancio, il cosiddetto 'fiscal compact', sottoscritto da 25 Paesi dell'Unione Europea, con l'esclusione del Regno Unito e della Repubblica Ceca, e che entrerà in vigore non appena sarà ratificato da almeno 12 Paesi. Il Trattato mira a rendere più vincolanti le misure di sorveglianza sul deficit, sul debito e sul sistema delle sanzioni per gli Stati inadempienti, al fine di avere regole comuni, certe e condivise in tema di risanamento finanziario degli Stati membri della UE. Questa risposta alla crisi nazionale dei debiti pubblici, al di là dei limiti intrinseci (carattere intergovernativo della soluzione), non affronta il problema della crescita dell'economia europea, necessaria sia per la stessa opera di risanamento dei conti pubblici, sia per avviare uno sviluppo che renda l'Unione competitiva nel mondo. Né tanto meno affronta il problema dell'unione fiscale e del governo europeo dell'economia. Nel primo incontro del ciclo 'Quale crescita per l'Europa' i relatori si interrogheranno sul senso economico e politico del Trattato sul 'fiscal compact', evidenziandone potenzialità e limiti, nonché gli impatti sul quadro istituzionale dell'Unione.

Appuntamento lunedì 14 maggio alle ore 16:30, presso la sala conferenze dell'Ufficio di informazione di Milano del Parlamento Europeo in corso Magenta 59 (MM1/2 Cadorna) a Milano.

(grazie ad Antonio Longo per la segnalazione).

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martedì 20 marzo 2012

Attentato Tolosa, Regard (UGEI): 'Inaccettabili le dichiarazioni responsabile Esteri dell'Unione Europea'


Riceviamo e, molto volentieri, pubblichiamo:

COMUNICATO STAMPA
ATTENTATO TOLOSA, REGARD (UGEI): 'INACCETTABILI LE DICHIARAZIONI RESPONSABILE ESTERI DELL'UNIONE EUROPEA'.

'Le dichiarazioni della responsabile Esteri dell'Unione Europea, Catherine Ashton ci hanno lasciato senza parole. Questa signora, con un tentativo fuorviante ed irrispettoso nei confronti delle vittime dell'attentato di ieri alla scuola ebraica di Tolosa, ha tentato di paragonare la morte di quei tre bambini e dell'insegnante che sono stati assassinati ieri mentre andavano a scuola, a quella dei bambini palestinesi lungo la Striscia di Gaza. Questo è purtroppo un bieco tentativo di demonizzazione dell'operato dell'esercito e del governo israeliano, del tutto inopportuno e deviante rispetto al tragico evento di ieri. Sono proprio queste le manifestazioni d'odio che abbiamo il dovere di combattere nella nostra società'. Così in una nota il presidente dell'Unione Giovani Ebrei d'Italia, Daniele M. Regard. 'Chiediamo ufficialmente al Governo Italiano – conclude – di prendere le distanze da queste affermazioni e fare di tutto per far sospendere la signora Ashton dal suo incarico'.

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domenica 19 febbraio 2012

Avremo pace vera, quando avremo li Stati Uniti d'Europa

Di Carlo Cattaneo.
Da L'insurrezione di Milano.

Senonché, la corona imperiale, che doveva congiungere in una famiglia tutte le genti cristiane, cadde in polve prima di compiere l'annunciato prodigio. Ed ora le nazioni europee devono congiungersi con altro nodo; non coll'unità materiale del dominio, ma col principio morale dell'eguaglianza e della libertà. La Francia, già da sessanta anni scrisse questa verità nei Diritti dell'Uomo. E le nazioni ora sono mature perché la parola s'incarni nel fatto. Solamente quando la Francia avrà intorno a sé cento millioni d'uomini liberi, non sarà più costretta a tenere in armi seicentomila soldati, né ad affamare il popolo per disfamare l'esercito, i cui capitani conculcheranno sempre la sua libertà. Poco importa che il telegrafo ingiunga ai docili e silenziosi dipartimenti il comando d'un imperatore o d'un re o d'un presidente; il destino della moltitudine dei Francesi, fuori della cerchia di Parigi, fu sempre l'obbedienza; ed è una dura necessità per conservare a fronte della Europa regia l'unità militare. Ma in mezzo a un'Europa tutta libera e tutta amica, l'unità soldatesca potrà far luogo alla popolare libertà; e l'edificio costrutto dai re e dalli imperatori potrà rifarsi sul puro modello americano. Il principio della nazionalità, provocato e ingigantito dalla stessa oppressione militare che anela a distruggerlo, dissolverà i fortuiti imperii dell'Europa orientale; e li tramuterà in federazioni di popoli liberi.
Avremo pace vera, quando avremo li Stati Uniti d'Europa.

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lunedì 30 gennaio 2012

L'ombra di Putin sul destino dell'Europa divisa

Di Marco del Ciello.

Nel 1768 il patriota americano John Dickinson cantava united we stand, divided we fall (uniti resistiamo, divisi cadiamo), un verso che oggi dovrebbe ispirare i pensieri e le azioni dei cittadini europei. Il definitivo spostamento dell'asse dei traffici globali dall'Atlantico al Pacifico ci ha infatti condannati per la prima volta nella nostra storia al ruolo di periferia, di appendice marginale del continente asiatico, proprio mentre ai nostri confini la Russia è riuscita invece a ritagliarsi un posto in prima fila nel nuovo ordine mondiale, accanto a potenze emergenti come il Brasile e il Sud Africa. Nei suoi oltre dieci anni di governo ininterrotto Vladimir Putin è stato abile a sfruttare le risorse naturali del suo paese per condurre una politica energetica aggressiva e spregiudicata nei confronti dei vicini, in questo favorito dalla crescita costante dei prezzi di petrolio e gas naturale. A poche settimane dalle elezioni che con ogni probabilità gli riconsegneranno anche formalmente la carica di presidente, si prepara ora a un ulteriore salto di qualità nella sua strategia: imitando le forme esteriori dell'Unione Europea, sta infatti per riconquistare i paesi dell'area post sovietica. Unione doganale, moneta unica, Commissione Eurasiatica e Consiglio Eurasiatico. Insomma, una grande Russia pronta a proiettare la sua ombra minacciosa sull'Europa divisa, dove non pochi leader politici, per il proprio tornaconto personale o per un malinteso senso dell'interesse nazionale, hanno già dimostrato la loro disponibilità ad assecondare le ambizioni imperiali di Putin. Gli europei non possono più contare sulla protezione degli Stati Uniti, ormai indifferenti nei confronti di una parte di mondo divenuta irrilevante per gli equilibri planetari, e devono fare affidamento unicamente sulle loro forze per difendersi da aggressioni esterne, sia politiche sia economiche: l'unione politica diventa quindi una questione di sopravvivenza. United we stand, divided we fall.

C'è però un paese che è essenziale per la realizzazione dei piani di Putin ed è l'Ucraina dalle due anime, letteralmente spaccata a metà tra sostenitori dell'autoritarismo russo e ammiratori della democrazia europea: seicentomila chilometri quadrati, quarantacinque milioni di abitanti e una collocazione geografica che la rende terra di frontiera per uomini, merci e soprattutto gasdotti. Qui si combatte una battaglia importante anche per il nostro futuro, una battaglia che i nostri amici stanno perdendo e proprio a causa dell'interferenza costante dell'ingombrante vicino. Come osserva il giornalista e scrittore Matteo Cazzulani, attento osservatore delle vicende ucraine: Julija Tymoshenko, leader dell'opposizione democratica ed europeista, è stata incarcerata per avere firmato dei contratti per il gas che hanno garantito un inverno al caldo non solo all'Ucraina, ma a tutta l'Unione Europea, Italia inclusa. Ci ricordiamo tutti il Gennaio 2009: sopratutto le nostre industrie che, dopo la chiusura dei rubinetti da parte di Putin, hanno risentito di perdite considerevoli dal primo di gennaio al 19, quando la Tymoshenko ha accettato costi alti pur di ripristinare, e garantire, l'afflusso di gas. Dunque, richiedere la democrazia in Ucraina significa difendere la sicurezza energetica dell'Italia. Sicurezza non solo energetica, aggiungerei io. Proprio per questo i governanti europei, ma anche i semplici cittadini, dovrebbero chiedere a gran voce la liberazione di Julija Tymoshenko, ingiustamente detenuta, e il ripristino di quelle condizioni di legalità e democrazia che gli ucraini si erano già conquistati con la Rivoluzione Arancione del 2005. Noi militanti dell'Associazione Radicali Senza Fissa Dimora manifesteremo sabato pomeriggio a Milano, insieme agli ucraini che vivono in Italia e a chi vorrà unirsi a noi, per dire no a Putin e sì a un'Ucraina democratica ed europea.

Appuntamento sabato 4 febbraio alle ore 15:30, in piazza Cordusio angolo via Mercanti (MM1 Cordusio) a Milano.

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domenica 9 ottobre 2011

Gli europei non si rendono conto della fortuna che hanno...

Di Tahar Ben Jelloun.
Da La rivoluzione dei gelsomini. Il risveglio della dignità araba.

Gli europei non si rendono conto della fortuna che hanno: non solo sono al riparo da colpi di stato ma lo spazio Schengen è una prova di libertà; non ci sono più frontiere fra i paesi europei; si circola senza mostrare il passaporto, si passa da un paese all'altro come si cambia quartiere nella propria città. Questa libertà è un bene prezioso. Quando le frontiere vengono abolite, è perché il sospetto, l'inimicizia e anche le minacce di conflitto non esistono più. Questa facilità di circolazione dei cittadini incoraggia gli scambi commerciali, culturali e umani. Tutti traggono ricchezza dalla libertà di andare e venire. Non si tratta di disordine, ma di intelligenza. Questa Europa che si sta costruendo, anche se si allarga in modo discutibile, costituisce oggi un esempio della vittoria della democrazia e della saggezza. Sappiamo che per arrivarci ci sono state guerre, ferite e sacrifici. Spero che i giovani di oggi lo sappiano. Il nazionalismo, responsabile delle guerre tra paesi vicini, non ha più ragione d'essere. Essere europeo non vuol dire rinunciare alla propria identità e originalità, al contrario: significa consolidarla e arricchirla. Aprire una frontiera è un atto di fiducia e di rispetto; un gesto di pacificazione, un segno di amicizia. Purtroppo, esistono ancora dei paesi in cui le frontiere permangono in modo anacronistico, improduttivo e stupido. In questo momento di rivoluzione della comunicazione in cui non c'è informazione che possa essere soffocata e bloccata prima che "scoppi" sugli schermi dei computer di tutto il pianeta, chiudere una frontiera è assurdo. Ma certi uomini politici la cui mediocrità impedisce loro di vedere oltre il proprio ego persistono a credere in questi muri eretti fra i popoli.

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mercoledì 28 settembre 2011

Europa: federazione o catastrofe?

Venerdì mattina il Movimento Federalista Europeo organizza a Milano un incontro pubblico sul tema 'Europa: federazione o catastrofe' per parlare della necessità di un governo federale europeo per salvare l'euro e rilanciare crescita e occupazione e del ruolo dell'Italia nella costruzione della federazione europea.

Programma della mattinata:

Ore 9:15: Apertura dei lavori. Interventi di: Paolo Lorenzetti, segretario MFE Milano; Basilio Rizzo, presidente del Consiglio Comunale di Milano; Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia; Guido Podestà, presidente della Provincia di Milano.

Ore 9:45: Un governo federale europeo per salvare l'euro e rilanciare crescita e occupazione. Interventi di: Alfonso Iozzo, Executive Bureau UEF; Onorio Rosati, segretario della Camera del Lavoro di Milano.

Ore 10:30: Italia: un ruolo da riprendere nella costruzione della federazione europea. Interventi di: Mario Baldassarri, senatore di Futuro e Libertà per l'Italia; Marco De Andreis; Sandro Gozi, deputato del Partito Democratico; Bruno Tabacci, assessore al Bilancio del Comune di Milano. Coordina Franco Spoltore, segretario nazionale MFE.

Ore 12:00: Conclusioni di Lucio Levi, presidente nazionale MFE.

Appuntamento venerdì 30 settembre alle ore 9:00, presso la Sala Commissioni di Palazzo Marino in piazza della Scala 2 (MM1/3 Duomo) a Milano.

(Grazie ad Alessandro Zunino per la segnalazione).

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lunedì 26 settembre 2011

Presentazione a Milano del n° 19 della rivista «Diritto e libertà»: «Benvenuta Turchia!»

Riceviamo e, molto volentieri, pubblichiamo:


CONFERENZA-DIBATTITO
PRESENTAZIONE N. 19 RIVISTA «DIRITTO E LIBERTÀ»
«BENVENUTA TURCHIA! L’ADESIONE, ALL’ALBA DI UNA NUOVA EUROPA»

Interverranno
KHALED FOUAD ALLAM, Università di Trieste, editorialista Sole 24Ore
GIORGIO DEL ZANNA, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano
MARIA ANTONIA DI CASOLA, Università di Pavia
ANTONIO FERRARI, editorialista Corriere della Sera
VALERIA GIANNOTTA, Middle East Technical University, Ankara
LUCA OZZANO, Università di Torino
MARCO PERDUCA, senatore

Presiede
Mariano Giustino, direttore «Diritto e Libertà»

«Diritto e Libertà», la libera rivista di politica transnazionale e di iniziativa radicale, diretta da Mariano Giustino, presenta a Milano il suo 19° numero intitolato «BENVENUTA TURCHIA! L’ADESIONE, ALL'ALBA DI UNA NUOVA EUROPA». Autorevoli personalità del mondo accademico, della cultura e della politica illustrano nelle 440 dense pagine di questa pubblicazione le ragioni dell’adesione della Turchia all'Unione europea.

Info: redazione@dirittoeliberta.it. – cell. 335.6801258.
http://www.dirittoeliberta.it

Appuntamento venerdì 30 settembre alle ore 18:00, presso la libreria Feltrinelli in via Manzoni 12 (MM3 Montenapoleone) a Milano.

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lunedì 20 giugno 2011

Le politiche dell'Unione Europea sull'immigrazione

Oggi pomeriggio il Circolo di cultura politica 'Altiero Spinelli', in collaborazione con la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano, la Rappresentanza a Milano della Commissione Europea e l'Ufficio di Milano del Parlamento Europeo, organizza un incontro dal titolo 'Le politiche dell'Unione Europea sull'immigrazione'. Introduce Antonio Longo, direttore del Circolo di cultura politica 'Altiero Spinelli'. Modera Alessandra Lang, docente presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano. Partecipano: Matteo Fornara, direttore della Rappresentanza a Milano della Commissione Europea; Antonio Panzeri, parlamentare europeo del gruppo 'Alleanza Progressista dei Socialisti & dei Democratici' e presidente della Delegazione per le relazioni con i paesi del Maghreb e l’Unione del Maghreb arabo del Parlamento europeo.

Attraverso il Gruppo di Studio 'Immigrazione: una questione europea', il Circolo di Cultura politica 'A. Spinelli' di Milano, ha avviato un confronto sui problemi dell'immigrazione con associazioni e giuristi, aperto anche agli studiosi, agli studenti e agli operatori interessati.
Le vicende di questi ultimi mesi hanno riproposto la centralità politica e sociale del tema.
Obiettivo di questo terzo incontro è quello di esaminare il 'pacchetto di misure' che di recente la Commissione Europea ha presentato per gestire i flussi migratori dal Sud del Mediterraneo e che verrà discusso nel Consiglio europeo di questo mese.
A partire da questa proposta occorre avviare un dibattito tra Parlamento europeo – che dovrà pronunciarsi – e società civile, a partire dalle associazioni degli immigrati, dagli operatori del settore e dai cittadini.
Quali scelte politiche in tema di diritto d’asilo, controlli alle frontiere esterne dell’Unione, gestione dei flussi? È in discussione lo 'spazio Schengen'? Quale politica europea per l’immigrazione?

Appuntamento lunedì 20 maggio alle ore 16:30, presso la sala lauree della Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano in via Conservatorio 7 (MM1 San Babila) a Milano.

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giovedì 7 aprile 2011

La rabbia e l'immigrazione /2

Di Marco del Ciello.

Il 13 febbraio, all'indomani dei primi sbarchi di tunisini a Lampedusa e quattro giorni prima dello scoppio della rivolta in Libia, scrivevo che i fatti stavano dimostrando il fallimento delle politiche migratorie basate sugli accordi con i dittatori. A distanza di due mesi, e con oltre duecento morti nel canale di Sicilia, non posso che confermare quanto pensavo già allora: esiste un fondamentale squilibrio tra i paesi europei, relativamente ricchi e abitati da una popolazione sempre più anziana, e gli stati del Nord Africa, relativamente poveri e abitati da giovanissimi. In mezzo c'è il Mediterrano, che non è una barriera naturale ma una via di passaggio frequentatissima. Alla luce di queste banali osservazioni non è difficile capire perché i giovani poveri della sponda sud si spostano, e sempre più si sposteranno, verso nord, dove scarseggia la manodopera e abbondano le opportunità economiche. I governi italiani degli ultimi anni hanno scelto di affrontare questo problema attraverso trattati bilaterali con i governi nordafricani, una politica di corto respiro che oggi sta mostrando tutti i suoi limiti. Il nuovo governo provvisorio tunisino si rifiuta infatti di riconoscere gli accordi firmati nel 1998 dall'ex presidente Ben Ali, costringendo il governo italiano a lunghe e faticose (e costose) mediazioni. Altrettato potrebbe succedere in Libia con la caduta di Gheddafi, con l'aggravante che Tripoli rappresenta la porta d'accesso al Mediterraneo anche per tutti gli immigrati che provengono dalle nazioni subsahariane.

I regimi autoritari sono quasi sempre inaffidabili, instabili e sottosviluppati: inaffidabili perché le decisioni vengono prese in modo arbitrario e opaco da una sola persona o da un gruppo ristretto di persone; instabili perché non hanno procedure chiare e definite in anticipo per la successione dei leader politici; sottosviluppati perché l'assenza di stato di diritto e la corruzione dilagante soffocano l'impresa privata. Finché i paesi della sponda sud del Mediterraneo non avranno istituzioni democratiche, non sarà perciò possibile arrestare i flussi migratori, che anzi sono destinati a crescere nei prossimi anni. Ma è molto difficile che emergano istituzioni democratiche in una regione tradizionalmente segnata dall'autoritarismo, a meno che le transizioni in corso non vengano inserite in un contesto di tipo federale. L'Unione Europea dovrebbe abbandonare l'ipocrisia della politica europea di vicinato e avviare la sua transizione verso una comunità degli stati euromediterranei, aprendo immediatamente negoziati per l'adesione con Egitto e Tunisia. Il federalismo europeo è l'unica risposta seria, credibile e lungimirante al problema dell'immigrazione dal Nord Africa e siamo già in ritardo su questa strada.

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domenica 3 aprile 2011

Il Manifesto del Gruppo Spinelli


Sarà il momento di un'azione nuova e sarà il momento di uomini nuovi: il momento per un'Europa libera e unita (Altiero Spinelli).

Se sapessi qualche cosa che fosse utile alla mia patria ma dannosa per l'Europa, (…) la guarderei come se si trattasse di un crimine (Montesquieu).

Oggi più che mai le sfide che affrontiamo sono globali: il cambiamento climatico, l'esaurimento delle risorse e la distruzione dell'ambiente, la regolamentazione economica e finanziaria, la minaccia del nucleare e la sicurezza collettiva, un commercio più equo, la costruzione della pace...

In questo nuovo mondo ogni stato europeo è un piccolo stato. Ma abbiamo un vantaggio: abbiamo costruito insieme un'Unione Europea. È una notevole costruzione nella quale gli stati nazione europei, alcuni divisi per tanto tempo da conflitti perenni, hanno deciso di essere 'uniti nella diversità' e formare un Commonwealth, una Comunità nel più vero senso della parola. Battendoci per dividere la pace e la prosperità siamo riusciti a lavorare insieme e ad unire le forze, alimentando la prosperità, la democrazia e la riconciliazione sul continente come l'Europa non aveva mai visto nel corso della sua storia. Gli stati nazionali hanno ceduto propri poteri di sovranità alle istituzioni europee al fine di raggiungere obiettivi comuni e una 'più stretta' Unione.

Sfortunatamente, considerato che le difficilissime sfide di una crisi dai molteplici aspetti chiedono risposte comuni, da delinearsi al livello europeo più alto, troppi politici sono caduti nella tentazione di credere solamente nella salvezza del proprio stato. In un tempo di interdipendenza e di un mondo globalizzato aggrapparsi alle sovranità nazionali e all’intergovernamentalismo non significa solo guerra allo spirito europeo; è anzi un’aggiunta all'impotenza politica.

Oggi le cose si stanno muovendo nella direzione opposta, verso una meno vincolante invece che ad una più stretta Unione, verso un'Europa più nazionale invece che meno nazionale. Rigettando lo spirito comunitario, gli stati membri lasciano che interessi nazionali a breve termine offuschino la visione comune. Favoriscono le soluzioni intergovernative rispetto a quelle europee. Quasi sempre al punto di portare alla rottura l'Euro, il simbolo più concreto dell’integrazione europea.

Noi ci opponiamo a questa direzione retrograda e reazionaria. L'Europa è stata ancora una volta presa in ostaggio da una coalizione di politici nazionali. È tempo di liberarla. Noi crediamo che questo non è il momento per l'Europa di rallentare su un'ulteriore integrazione ma al contrario di accelerarla. La storia dell'Unione Europea ha provato che più Europa, non meno, è la risposta ai problemi che affrontiamo. Solo con soluzioni europee e un rinnovato spirito europeo saremo in grado di gestire le sfide globali.

Il nazionalismo è un'ideologia del passato. Il nostro obiettivo è un'Europa federale e postnazionale, un'Europa dei cittadini. Questo era il sogno per il cui raggiungimento i padri fondatori hanno lavorato così duramente. Questo era il progetto di Altiero Spinelli. Questa è l'Europa che raggiungeremo.

Perché questa è l'Europa del futuro.

http://www.spinelligroup.eu/

(Grazie ad Alessandro Zunino per la segnalazione).

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