Di Marco del Ciello.
Il 13 febbraio, all'indomani dei primi sbarchi di tunisini a Lampedusa e quattro giorni prima dello scoppio della rivolta in Libia, scrivevo che i fatti stavano dimostrando il fallimento delle politiche migratorie basate sugli accordi con i dittatori. A distanza di due mesi, e con oltre duecento morti nel canale di Sicilia, non posso che confermare quanto pensavo già allora: esiste un fondamentale squilibrio tra i paesi europei, relativamente ricchi e abitati da una popolazione sempre più anziana, e gli stati del Nord Africa, relativamente poveri e abitati da giovanissimi. In mezzo c'è il Mediterrano, che non è una barriera naturale ma una via di passaggio frequentatissima. Alla luce di queste banali osservazioni non è difficile capire perché i giovani poveri della sponda sud si spostano, e sempre più si sposteranno, verso nord, dove scarseggia la manodopera e abbondano le opportunità economiche. I governi italiani degli ultimi anni hanno scelto di affrontare questo problema attraverso trattati bilaterali con i governi nordafricani, una politica di corto respiro che oggi sta mostrando tutti i suoi limiti. Il nuovo governo provvisorio tunisino si rifiuta infatti di riconoscere gli accordi firmati nel 1998 dall'ex presidente Ben Ali, costringendo il governo italiano a lunghe e faticose (e costose) mediazioni. Altrettato potrebbe succedere in Libia con la caduta di Gheddafi, con l'aggravante che Tripoli rappresenta la porta d'accesso al Mediterraneo anche per tutti gli immigrati che provengono dalle nazioni subsahariane.
I regimi autoritari sono quasi sempre inaffidabili, instabili e sottosviluppati: inaffidabili perché le decisioni vengono prese in modo arbitrario e opaco da una sola persona o da un gruppo ristretto di persone; instabili perché non hanno procedure chiare e definite in anticipo per la successione dei leader politici; sottosviluppati perché l'assenza di stato di diritto e la corruzione dilagante soffocano l'impresa privata. Finché i paesi della sponda sud del Mediterraneo non avranno istituzioni democratiche, non sarà perciò possibile arrestare i flussi migratori, che anzi sono destinati a crescere nei prossimi anni. Ma è molto difficile che emergano istituzioni democratiche in una regione tradizionalmente segnata dall'autoritarismo, a meno che le transizioni in corso non vengano inserite in un contesto di tipo federale. L'Unione Europea dovrebbe abbandonare l'ipocrisia della politica europea di vicinato e avviare la sua transizione verso una comunità degli stati euromediterranei, aprendo immediatamente negoziati per l'adesione con Egitto e Tunisia. Il federalismo europeo è l'unica risposta seria, credibile e lungimirante al problema dell'immigrazione dal Nord Africa e siamo già in ritardo su questa strada.
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Laici, Nonviolenti, Antiproibizionisti, Liberali, Federalisti
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giovedì 7 aprile 2011
domenica 3 aprile 2011
Il Manifesto del Gruppo Spinelli
Sarà il momento di un'azione nuova e sarà il momento di uomini nuovi: il momento per un'Europa libera e unita (Altiero Spinelli).
Se sapessi qualche cosa che fosse utile alla mia patria ma dannosa per l'Europa, (…) la guarderei come se si trattasse di un crimine (Montesquieu).
Oggi più che mai le sfide che affrontiamo sono globali: il cambiamento climatico, l'esaurimento delle risorse e la distruzione dell'ambiente, la regolamentazione economica e finanziaria, la minaccia del nucleare e la sicurezza collettiva, un commercio più equo, la costruzione della pace...
In questo nuovo mondo ogni stato europeo è un piccolo stato. Ma abbiamo un vantaggio: abbiamo costruito insieme un'Unione Europea. È una notevole costruzione nella quale gli stati nazione europei, alcuni divisi per tanto tempo da conflitti perenni, hanno deciso di essere 'uniti nella diversità' e formare un Commonwealth, una Comunità nel più vero senso della parola. Battendoci per dividere la pace e la prosperità siamo riusciti a lavorare insieme e ad unire le forze, alimentando la prosperità, la democrazia e la riconciliazione sul continente come l'Europa non aveva mai visto nel corso della sua storia. Gli stati nazionali hanno ceduto propri poteri di sovranità alle istituzioni europee al fine di raggiungere obiettivi comuni e una 'più stretta' Unione.
Sfortunatamente, considerato che le difficilissime sfide di una crisi dai molteplici aspetti chiedono risposte comuni, da delinearsi al livello europeo più alto, troppi politici sono caduti nella tentazione di credere solamente nella salvezza del proprio stato. In un tempo di interdipendenza e di un mondo globalizzato aggrapparsi alle sovranità nazionali e all’intergovernamentalismo non significa solo guerra allo spirito europeo; è anzi un’aggiunta all'impotenza politica.
Oggi le cose si stanno muovendo nella direzione opposta, verso una meno vincolante invece che ad una più stretta Unione, verso un'Europa più nazionale invece che meno nazionale. Rigettando lo spirito comunitario, gli stati membri lasciano che interessi nazionali a breve termine offuschino la visione comune. Favoriscono le soluzioni intergovernative rispetto a quelle europee. Quasi sempre al punto di portare alla rottura l'Euro, il simbolo più concreto dell’integrazione europea.
Noi ci opponiamo a questa direzione retrograda e reazionaria. L'Europa è stata ancora una volta presa in ostaggio da una coalizione di politici nazionali. È tempo di liberarla. Noi crediamo che questo non è il momento per l'Europa di rallentare su un'ulteriore integrazione ma al contrario di accelerarla. La storia dell'Unione Europea ha provato che più Europa, non meno, è la risposta ai problemi che affrontiamo. Solo con soluzioni europee e un rinnovato spirito europeo saremo in grado di gestire le sfide globali.
Il nazionalismo è un'ideologia del passato. Il nostro obiettivo è un'Europa federale e postnazionale, un'Europa dei cittadini. Questo era il sogno per il cui raggiungimento i padri fondatori hanno lavorato così duramente. Questo era il progetto di Altiero Spinelli. Questa è l'Europa che raggiungeremo.
Perché questa è l'Europa del futuro.
http://www.spinelligroup.eu/
(Grazie ad Alessandro Zunino per la segnalazione).
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giovedì 17 marzo 2011
E se... un Risorgimento europeo?
Di Marco del Ciello.
Quando potremo smettere di parlare (al passato) di Unità d'Italia e cominciare a parlare (al futuro) di Unità d'Europa?
La ricorrenza dei centocinquant'anni dell'Unità d'Italia ha prodotto nel nostro paese un dibattito per molti aspetti surreale. Da un lato, infatti, c'è una ampia coalizione conservatrice che con vari argomenti difende l'unità nazionale così com'è, ma sul fronte opposto non ci sono progressisti che richiamandosi al pensiero di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi propongano in alternativa una patria europea. Al contrario vediamo reazionari nostalgici che rimpiangono gli staterelli ottocenteschi, il feudalesimo borbonico e più di tutto l'impero austroungarico. E la cosa più surreale è che questi reazionari hanno deciso di darsi il nome di 'federalisti'. Il federalismo è storicamente, e prima ancora etimologicamente, un movimento che porta a unire ciò che prima era diviso. Dai molti l'uno, secondo il motto dei federalisti americani del Settecento. Anche l'imperialismo è un processo di unificazione, ma si basa sulla violenza e la sopraffazione, mentre il carattere distintivo del federalismo è di procedere attraverso patti e accordi tra pari (in latino foedera).
Negli ultimi cinquant'anni un'attenta e rigorosa storiografia ci ha fatto conoscere proprio quegli elementi di sopraffazione e di violenza che hanno macchiato l'esperienza del Risorgimento italiano, ma questa nuova consapevolezza della nostra storia non deve farci dimenticare gli ideali di libertà, democrazia e federalismo che hanno animato i protagonisti dell'unificazione italiana. Né dobbiamo dimenticare il respiro europeo degli intelletuali e politici dell'epoca, da Mazzini a Cavour. Come ci ha ricordato un paio di giorni fa Pier Paolo Segneri con un suo articolo sul Secolo d'Italia, c'è un filo rosso che collega il nazionalismo italiano dell'Ottocento al federalismo europeo dei giorni nostri e si ritrova proprio nell'aspirazione a costruire una patria comune, indipendente e federale. Celebrare oggi in modo non solo retorico i centocinquant'anni dell'Unità d'Italia significa perciò impegnarsi concretamente per la costruzione della patria europea. Così come è ugualmente importante imparare dai molti errori che furono commessi in quel periodo per non ripeterli a nostra volta.
Prima la crisi economica globale e dopo le rivolte arabe hanno messo drammaticamente a nudo l'inadeguatezza degli stati nazionali. Nel momento in cui l'asse principale dei traffici commerciali si è spostato dall'Atlantico al Pacifico, relegando l'Europa alla periferia del mondo, non è più pensabile competere mantenendo la politica monetaria a Bruxelles e la politica fiscale a Roma, Parigi, Berlino... La politica economica deve essere gestita in modo unitario da un solo governo. Così come non è più differibile il rilancio delle relazioni con la sponda sud del Mediterraneo: solo un'Europa unita può essere un interlocutore credibile per i governi (e i cittadini) arabi su questioni vitali come immigrazione, energia e terrorismo. Il percorso dell'unificazione è stato tracciato già molti anni fa da Alcide De Gasperi, Robert Schuman, Konrad Adenauer e tanti altri, ma per superare le resistenze dei governi nazionali manca ancora un vasto movimento popolare, oggi più che mai necessario, che dia vita a un Risorgimento europeo. Una sfida per tutti noi, cittadini europei.
www.radicalisenzafissadimora.org
Quando potremo smettere di parlare (al passato) di Unità d'Italia e cominciare a parlare (al futuro) di Unità d'Europa?
La ricorrenza dei centocinquant'anni dell'Unità d'Italia ha prodotto nel nostro paese un dibattito per molti aspetti surreale. Da un lato, infatti, c'è una ampia coalizione conservatrice che con vari argomenti difende l'unità nazionale così com'è, ma sul fronte opposto non ci sono progressisti che richiamandosi al pensiero di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi propongano in alternativa una patria europea. Al contrario vediamo reazionari nostalgici che rimpiangono gli staterelli ottocenteschi, il feudalesimo borbonico e più di tutto l'impero austroungarico. E la cosa più surreale è che questi reazionari hanno deciso di darsi il nome di 'federalisti'. Il federalismo è storicamente, e prima ancora etimologicamente, un movimento che porta a unire ciò che prima era diviso. Dai molti l'uno, secondo il motto dei federalisti americani del Settecento. Anche l'imperialismo è un processo di unificazione, ma si basa sulla violenza e la sopraffazione, mentre il carattere distintivo del federalismo è di procedere attraverso patti e accordi tra pari (in latino foedera).
Negli ultimi cinquant'anni un'attenta e rigorosa storiografia ci ha fatto conoscere proprio quegli elementi di sopraffazione e di violenza che hanno macchiato l'esperienza del Risorgimento italiano, ma questa nuova consapevolezza della nostra storia non deve farci dimenticare gli ideali di libertà, democrazia e federalismo che hanno animato i protagonisti dell'unificazione italiana. Né dobbiamo dimenticare il respiro europeo degli intelletuali e politici dell'epoca, da Mazzini a Cavour. Come ci ha ricordato un paio di giorni fa Pier Paolo Segneri con un suo articolo sul Secolo d'Italia, c'è un filo rosso che collega il nazionalismo italiano dell'Ottocento al federalismo europeo dei giorni nostri e si ritrova proprio nell'aspirazione a costruire una patria comune, indipendente e federale. Celebrare oggi in modo non solo retorico i centocinquant'anni dell'Unità d'Italia significa perciò impegnarsi concretamente per la costruzione della patria europea. Così come è ugualmente importante imparare dai molti errori che furono commessi in quel periodo per non ripeterli a nostra volta.
Prima la crisi economica globale e dopo le rivolte arabe hanno messo drammaticamente a nudo l'inadeguatezza degli stati nazionali. Nel momento in cui l'asse principale dei traffici commerciali si è spostato dall'Atlantico al Pacifico, relegando l'Europa alla periferia del mondo, non è più pensabile competere mantenendo la politica monetaria a Bruxelles e la politica fiscale a Roma, Parigi, Berlino... La politica economica deve essere gestita in modo unitario da un solo governo. Così come non è più differibile il rilancio delle relazioni con la sponda sud del Mediterraneo: solo un'Europa unita può essere un interlocutore credibile per i governi (e i cittadini) arabi su questioni vitali come immigrazione, energia e terrorismo. Il percorso dell'unificazione è stato tracciato già molti anni fa da Alcide De Gasperi, Robert Schuman, Konrad Adenauer e tanti altri, ma per superare le resistenze dei governi nazionali manca ancora un vasto movimento popolare, oggi più che mai necessario, che dia vita a un Risorgimento europeo. Una sfida per tutti noi, cittadini europei.
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venerdì 11 febbraio 2011
Torna il Manifesto di Ventotene. In edicola a un euro
Domani, sabato 12 febbraio, sarà possibile acquistare in edicola il Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi in allegato al Corriere della Sera, al costo di un solo euro più il prezzo del giornale. Pubblichiamo il comunicato stampa con cui il Movimento Federalista Europeo annuncia l'iniziativa.
Il Movimento federalista europeo saluta con soddisfazione la decisione di un grande quotidiano come il ''Corriere della Sera'' di inserire il Manifesto di Ventotene tra i ''Classici del Pensiero libero''.
Era il 1941 quando uno sparuto gruppo di confinati antifascisti decise di scrivere il documento Per un'Europa libera e unita. Progetto d'un manifesto. Quel documento è diventato il testo forse più simbolico, profetico e innovativo della Resistenza italiana ed europea. Oggi lo conosciamo come Manifesto di Ventotene.
I due autori, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, provenivano da storie ed esperienze diverse. Giovane comunista Altiero Spinelli, che nei dieci anni di carcere aveva maturato la decisione di allontanarsi dal Partito Comunista, dal quale fu espulso nel 1938. Un simbolo per l'antifascismo democratico Ernesto Rossi, figlio spirituale di Gaetano Salvemini, allievo di Luigi Einaudi, fondatore con Riccardo Bauer e Ferruccio Parri della colonna italiana di ''Giustizia e Liberta''. I due, insieme con Eugenio Colorni che scrisse poi la Prefazione del Manifesto, scelsero la strada difficile dell'anticonformismo intellettuale, cominciando a riflettere sulla situazione internazionale, sulle caratteristiche del totalitarismo, sulla storia europea in un periodo in cui il nazifascismo sembrava stesse vincendo la guerra.
Essi abbandonano il sistema tolemaico degli stati nazionali sovrani. Invece di accettare come normale cio' che la storia d'Europa offriva quale forma 'naturale' di organizzazione delle nazioni europee, scelgono la via copernicana: osservare il sistema dall'esterno, trovarlo limitato, proporre una soluzione diversa. Per i federalisti di Ventotene, lo stato nazionale sovrano è giunto a una svolta tragica: ha fallito il suo compito storico di tutelare e proteggere la vita dei suoi cittadini, si è trasformato in un moloch avido di conquiste e sterile politicamente e idealmente. L'unico modo per conservare la civiltà europea, che pure si è sviluppata grazie allo stato nazionale, è che lo stato ceda una parte della sua sovranità, quella relativa alla difesa, alle relazioni esterne, alla politica economica e alla moneta, e accetti di diventare parte di una federazione continentale.
Quell'idea, accolta con diffidenza e scetticismo da quasi tutte le forze antifasciste (fecero eccezione il Partito d'Azione e alcuni settori della nascente Democrazia Cristiana) ha continuato per tutti gli anni del secondo dopoguerra ad animare il dibattito culturale e politico, non solo italiano.
È grazie ai federalisti se l'Italia ha saputo giocare nel corso degli anni Cinquanta un ruolo di guida e di proposta in seno al gruppo dei Sei Paesi fondatori; è ancora grazie a Spinelli ed ai federalisti se il dibattito
sulla riforma delle istituzioni comunitarie avviato dal Parlamento europeo nel corso degli anni Ottanta si è incentrato su parole d'ordine federaliste e su concetti, come la sussidiarietà, che assumono un significato nuovo quando interpretati alla luce del federalismo europeo.
Il Manifesto di Ventotene può essere interpretato e inteso come un libro dei sogni, ma certo molte delle sue intuizioni oggi sono diventate un'opzione nello sviluppo dell'Unione europea. Il Manifesto ha 70 anni, ma non ha perso nulla della sua attualità e del suo peso come ideale promemoria per l'Europa del terzo millennio, perché – come amava dire Spinelli - ''la forza dell'idea europea sta nella capacità di risorgere dalle sue ceneri''.
Lo dimostra anche la recente nascita di un ''Gruppo Spinelli'' ad opera di alcuni leader del Parlamento europeo come Daniel Cohn Bendit e Guy Verhofstadt e di altre importanti personalità come Ulrich Beck ed Amartya Sen.
A cura dell'Ufficio stampa del Movimento Federalista Europeo,
0039.347.0359693, ufficiostampa@mfe.it.
(Grazie ad Antonio Longo per la segnalazione).
www.radicalisenzafissadimora.org
Il Movimento federalista europeo saluta con soddisfazione la decisione di un grande quotidiano come il ''Corriere della Sera'' di inserire il Manifesto di Ventotene tra i ''Classici del Pensiero libero''.
Era il 1941 quando uno sparuto gruppo di confinati antifascisti decise di scrivere il documento Per un'Europa libera e unita. Progetto d'un manifesto. Quel documento è diventato il testo forse più simbolico, profetico e innovativo della Resistenza italiana ed europea. Oggi lo conosciamo come Manifesto di Ventotene.
I due autori, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, provenivano da storie ed esperienze diverse. Giovane comunista Altiero Spinelli, che nei dieci anni di carcere aveva maturato la decisione di allontanarsi dal Partito Comunista, dal quale fu espulso nel 1938. Un simbolo per l'antifascismo democratico Ernesto Rossi, figlio spirituale di Gaetano Salvemini, allievo di Luigi Einaudi, fondatore con Riccardo Bauer e Ferruccio Parri della colonna italiana di ''Giustizia e Liberta''. I due, insieme con Eugenio Colorni che scrisse poi la Prefazione del Manifesto, scelsero la strada difficile dell'anticonformismo intellettuale, cominciando a riflettere sulla situazione internazionale, sulle caratteristiche del totalitarismo, sulla storia europea in un periodo in cui il nazifascismo sembrava stesse vincendo la guerra.
Essi abbandonano il sistema tolemaico degli stati nazionali sovrani. Invece di accettare come normale cio' che la storia d'Europa offriva quale forma 'naturale' di organizzazione delle nazioni europee, scelgono la via copernicana: osservare il sistema dall'esterno, trovarlo limitato, proporre una soluzione diversa. Per i federalisti di Ventotene, lo stato nazionale sovrano è giunto a una svolta tragica: ha fallito il suo compito storico di tutelare e proteggere la vita dei suoi cittadini, si è trasformato in un moloch avido di conquiste e sterile politicamente e idealmente. L'unico modo per conservare la civiltà europea, che pure si è sviluppata grazie allo stato nazionale, è che lo stato ceda una parte della sua sovranità, quella relativa alla difesa, alle relazioni esterne, alla politica economica e alla moneta, e accetti di diventare parte di una federazione continentale.
Quell'idea, accolta con diffidenza e scetticismo da quasi tutte le forze antifasciste (fecero eccezione il Partito d'Azione e alcuni settori della nascente Democrazia Cristiana) ha continuato per tutti gli anni del secondo dopoguerra ad animare il dibattito culturale e politico, non solo italiano.
È grazie ai federalisti se l'Italia ha saputo giocare nel corso degli anni Cinquanta un ruolo di guida e di proposta in seno al gruppo dei Sei Paesi fondatori; è ancora grazie a Spinelli ed ai federalisti se il dibattito
sulla riforma delle istituzioni comunitarie avviato dal Parlamento europeo nel corso degli anni Ottanta si è incentrato su parole d'ordine federaliste e su concetti, come la sussidiarietà, che assumono un significato nuovo quando interpretati alla luce del federalismo europeo.
Il Manifesto di Ventotene può essere interpretato e inteso come un libro dei sogni, ma certo molte delle sue intuizioni oggi sono diventate un'opzione nello sviluppo dell'Unione europea. Il Manifesto ha 70 anni, ma non ha perso nulla della sua attualità e del suo peso come ideale promemoria per l'Europa del terzo millennio, perché – come amava dire Spinelli - ''la forza dell'idea europea sta nella capacità di risorgere dalle sue ceneri''.
Lo dimostra anche la recente nascita di un ''Gruppo Spinelli'' ad opera di alcuni leader del Parlamento europeo come Daniel Cohn Bendit e Guy Verhofstadt e di altre importanti personalità come Ulrich Beck ed Amartya Sen.
A cura dell'Ufficio stampa del Movimento Federalista Europeo,
0039.347.0359693, ufficiostampa@mfe.it.
(Grazie ad Antonio Longo per la segnalazione).
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