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venerdì 19 aprile 2013

1963 – 2013 cinquant’anni di lotte radicali con la nonviolenza

1963 – 2013 cinquant’anni di lotte radicali con la nonviolenza


Ecco la trascrizione, pubblicata su Notizie Radicali, dell'intervento del tesoriere del PRNTT Maurizio Turco in apertura del V congresso della nostra associazione 
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domenica 26 febbraio 2012

Attualità del pensiero economico di Ernesto Rossi

Di Tito Boeri.
Da Ernesto Rossi. Un democratico europeo.

Il messaggio di Abolire la miseria è attuale anche perché Rossi è molto attento ad analizzare i rischi e i vincoli di ogni sistema di protezione sociale: il suo è quindi un messaggio forse utopico, ma anche realistico perché sottolinea i vincoli di efficienza economica che qualsiasi politica assistenziale e di contrasto alla povertà deve affrontare. In particolare, da buon economista, Rossi pone molta attenzione al rischio che politiche di questo genere possano ridurre gli incentivi al lavoro, ammonendo che non si dovesse favorire l'ozio o l'imprevidenza. Rossi è quindi perfettamente consapevole del rischio che un sistema di protezione sociale non ben congegnato possa disincentivare le persone da un serio impegno nella ricerca del lavoro. C'è il rischio di creare quelle che vengono chiamate oggi comunemente le «trappole» della povertà e della disoccupazione, per cui, di fatto, l'aiuto pubblico, attraverso il sistema dei trasferimenti sociali, toglie incentivi a uscire stabilmente dalla condizione di povertà, condannando le persone a restare nel loro stato d'indigenza. Dagli anni Quaranta, quando Rossi rifletteva su questi temi, molto si è fatto per migliorare il sistema dei trasferimenti sociali ed evitare disincentivi alla ricerca di un impiego. La sperimentazione, condotta in altri Paesi ormai da anni e con esiti soddisfacenti, permetterebbe quindi al nostro Paese di costruire un sistema di contrasto alla povertà efficiente, riducendo al minimo questi inconvenienti.

Rossi è molto attento anche al rischio della stigmatizzazione, ossia a non offendere la dignità umana attraverso il sistema dei trasferimenti sociali. In Abolire la miseria, c'è molta attenzione a queste forme di stigmatizzazione, che potrebbero essere associate alla concessione di trasferimenti per il contrasto alla povertà. Anche sotto questo profilo, Rossi è anticipatore di riflessioni che si sono sviluppate nel secondo dopoguerra in altri Paesi europei e che hanno portato a politiche di assistenza attente alla dignità umana e alla valorizzazione delle capacità individuali, attraverso meccanismi di giusta pressione sui beneficiari perché questi colgano le opportunità loro offerte per uscire dallo stato di bisogno. L'idea è quella di proporre uno scambio: noi ti aiutiamo se in cambio tu ti impegni davvero nella ricerca di un lavoro e nell'integrazione economica e sociale. Anche in questo senso, le preoccupazioni, giustamente poste da Rossi al centro delle sue riflessioni, hanno oggi trovato risposte soddisfacenti che rendono possibile, anche alla luce di questi vincoli, introdurre nel nostro Paese gli strumenti di protezione sociale da lui auspicati.

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domenica 29 maggio 2011

Caratteristiche di un sistema razionale di assistenza

Di Ernesto Rossi.
Da Abolire la miseria.

L'agiografia narra di santi che, nei primi secoli del cristianesimo, quando arrivavano nei porti della Gallia navi cariche di nuovi schiavi, ne comperavano più che potevano con i denari raccolti dai fedeli, per rimetterli in libertà. Così acquistavano merito presso il Signore. Non possiamo farci un'idea dell'entità del fenomeno. Il biografo di santo Eligio assicura che, in certi giorni, il suo santo riusciva a riscattare venti, cinquanta ed anche cento schiavi. Ma è certo che se questo esempio di carità fosse stato seguito da molti, sicché alla normale domanda di schiavi, mossa dal desiderio di disporre di strumenti di lavoro, si fosse per un lungo periodo aggiunta una domanda, suscitata dal desiderio altruistico di venire in soccorso a degli sventurati, sufficiente per farne elevare in modo sensibile il prezzo, il commercio degli schiavi ne sarebbe stato incoraggiato, si sarebbero fatte più razzie, specialmente fra i popoli barbari, per procurarsi la merce, e, in conseguenza, più persone sarebbero state uccise nei combattimenti, o sarebbero morte per i disagi ed i tormenti, durante il viaggio, più persone sarebbero state strappate al loro ambiente e alla loro vita abituale.

A chi studia la storia della carità privata e delle pubblica beneficienza nei diversi paesi mille volte si presentano casi analoghi, in cui i resultati non hanno per niente corrisposto alla buone intenzioni. L'opera poco illuminata del privato e del legislatore, che guardano solo agli effetti immediati del loro intervento, aggrava, a lunga scadenza, il male che era indirizzata a curare. Forse in nessun altro campo la sensiblerie ha dato frutti socialmente così dannosi.

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giovedì 17 marzo 2011

E se... un Risorgimento europeo?

Di Marco del Ciello.

Quando potremo smettere di parlare (al passato) di Unità d'Italia e cominciare a parlare (al futuro) di Unità d'Europa?

La ricorrenza dei centocinquant'anni dell'Unità d'Italia ha prodotto nel nostro paese un dibattito per molti aspetti surreale. Da un lato, infatti, c'è una ampia coalizione conservatrice che con vari argomenti difende l'unità nazionale così com'è, ma sul fronte opposto non ci sono progressisti che richiamandosi al pensiero di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi propongano in alternativa una patria europea. Al contrario vediamo reazionari nostalgici che rimpiangono gli staterelli ottocenteschi, il feudalesimo borbonico e più di tutto l'impero austroungarico. E la cosa più surreale è che questi reazionari hanno deciso di darsi il nome di 'federalisti'. Il federalismo è storicamente, e prima ancora etimologicamente, un movimento che porta a unire ciò che prima era diviso. Dai molti l'uno, secondo il motto dei federalisti americani del Settecento. Anche l'imperialismo è un processo di unificazione, ma si basa sulla violenza e la sopraffazione, mentre il carattere distintivo del federalismo è di procedere attraverso patti e accordi tra pari (in latino foedera).

Negli ultimi cinquant'anni un'attenta e rigorosa storiografia ci ha fatto conoscere proprio quegli elementi di sopraffazione e di violenza che hanno macchiato l'esperienza del Risorgimento italiano, ma questa nuova consapevolezza della nostra storia non deve farci dimenticare gli ideali di libertà, democrazia e federalismo che hanno animato i protagonisti dell'unificazione italiana. Né dobbiamo dimenticare il respiro europeo degli intelletuali e politici dell'epoca, da Mazzini a Cavour. Come ci ha ricordato un paio di giorni fa Pier Paolo Segneri con un suo articolo sul Secolo d'Italia, c'è un filo rosso che collega il nazionalismo italiano dell'Ottocento al federalismo europeo dei giorni nostri e si ritrova proprio nell'aspirazione a costruire una patria comune, indipendente e federale. Celebrare oggi in modo non solo retorico i centocinquant'anni dell'Unità d'Italia significa perciò impegnarsi concretamente per la costruzione della patria europea. Così come è ugualmente importante imparare dai molti errori che furono commessi in quel periodo per non ripeterli a nostra volta.

Prima la crisi economica globale e dopo le rivolte arabe hanno messo drammaticamente a nudo l'inadeguatezza degli stati nazionali. Nel momento in cui l'asse principale dei traffici commerciali si è spostato dall'Atlantico al Pacifico, relegando l'Europa alla periferia del mondo, non è più pensabile competere mantenendo la politica monetaria a Bruxelles e la politica fiscale a Roma, Parigi, Berlino... La politica economica deve essere gestita in modo unitario da un solo governo. Così come non è più differibile il rilancio delle relazioni con la sponda sud del Mediterraneo: solo un'Europa unita può essere un interlocutore credibile per i governi (e i cittadini) arabi su questioni vitali come immigrazione, energia e terrorismo. Il percorso dell'unificazione è stato tracciato già molti anni fa da Alcide De Gasperi, Robert Schuman, Konrad Adenauer e tanti altri, ma per superare le resistenze dei governi nazionali manca ancora un vasto movimento popolare, oggi più che mai necessario, che dia vita a un Risorgimento europeo. Una sfida per tutti noi, cittadini europei.

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venerdì 11 febbraio 2011

Torna il Manifesto di Ventotene. In edicola a un euro

Domani, sabato 12 febbraio, sarà possibile acquistare in edicola il Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi in allegato al Corriere della Sera, al costo di un solo euro più il prezzo del giornale. Pubblichiamo il comunicato stampa con cui il Movimento Federalista Europeo annuncia l'iniziativa.

Il Movimento federalista europeo saluta con soddisfazione la decisione di un grande quotidiano come il ''Corriere della Sera'' di inserire il Manifesto di Ventotene tra i ''Classici del Pensiero libero''.

Era il 1941 quando uno sparuto gruppo di confinati antifascisti decise di scrivere il documento Per un'Europa libera e unita. Progetto d'un manifesto. Quel documento è diventato il testo forse più simbolico, profetico e innovativo della Resistenza italiana ed europea. Oggi lo conosciamo come Manifesto di Ventotene.

I due autori, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, provenivano da storie ed esperienze diverse. Giovane comunista Altiero Spinelli, che nei dieci anni di carcere aveva maturato la decisione di allontanarsi dal Partito Comunista, dal quale fu espulso nel 1938. Un simbolo per l'antifascismo democratico Ernesto Rossi, figlio spirituale di Gaetano Salvemini, allievo di Luigi Einaudi, fondatore con Riccardo Bauer e Ferruccio Parri della colonna italiana di ''Giustizia e Liberta''. I due, insieme con Eugenio Colorni che scrisse poi la Prefazione del Manifesto, scelsero la strada difficile dell'anticonformismo intellettuale, cominciando a riflettere sulla situazione internazionale, sulle caratteristiche del totalitarismo, sulla storia europea in un periodo in cui il nazifascismo sembrava stesse vincendo la guerra.

Essi abbandonano il sistema tolemaico degli stati nazionali sovrani. Invece di accettare come normale cio' che la storia d'Europa offriva quale forma 'naturale' di organizzazione delle nazioni europee, scelgono la via copernicana: osservare il sistema dall'esterno, trovarlo limitato, proporre una soluzione diversa. Per i federalisti di Ventotene, lo stato nazionale sovrano è giunto a una svolta tragica: ha fallito il suo compito storico di tutelare e proteggere la vita dei suoi cittadini, si è trasformato in un moloch avido di conquiste e sterile politicamente e idealmente. L'unico modo per conservare la civiltà europea, che pure si è sviluppata grazie allo stato nazionale, è che lo stato ceda una parte della sua sovranità, quella relativa alla difesa, alle relazioni esterne, alla politica economica e alla moneta, e accetti di diventare parte di una federazione continentale.

Quell'idea, accolta con diffidenza e scetticismo da quasi tutte le forze antifasciste (fecero eccezione il Partito d'Azione e alcuni settori della nascente Democrazia Cristiana) ha continuato per tutti gli anni del secondo dopoguerra ad animare il dibattito culturale e politico, non solo italiano.

È grazie ai federalisti se l'Italia ha saputo giocare nel corso degli anni Cinquanta un ruolo di guida e di proposta in seno al gruppo dei Sei Paesi fondatori; è ancora grazie a Spinelli ed ai federalisti se il dibattito
sulla riforma delle istituzioni comunitarie avviato dal Parlamento europeo nel corso degli anni Ottanta si è incentrato su parole d'ordine federaliste e su concetti, come la sussidiarietà, che assumono un significato nuovo quando interpretati alla luce del federalismo europeo.

Il Manifesto di Ventotene può essere interpretato e inteso come un libro dei sogni, ma certo molte delle sue intuizioni oggi sono diventate un'opzione nello sviluppo dell'Unione europea. Il Manifesto ha 70 anni, ma non ha perso nulla della sua attualità e del suo peso come ideale promemoria per l'Europa del terzo millennio, perché – come amava dire Spinelli - ''la forza dell'idea europea sta nella capacità di risorgere dalle sue ceneri''.

Lo dimostra anche la recente nascita di un ''Gruppo Spinelli'' ad opera di alcuni leader del Parlamento europeo come Daniel Cohn Bendit e Guy Verhofstadt e di altre importanti personalità come Ulrich Beck ed Amartya Sen.

A cura dell'Ufficio stampa del Movimento Federalista Europeo,
0039.347.0359693, ufficiostampa@mfe.it.

(Grazie ad Antonio Longo per la segnalazione).

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lunedì 3 gennaio 2011

Capitali americani. Una strada pericolosa

Di Ernesto Rossi.
Da Il Mondo del 2 marzo 1954.

In questi ultimi tempi, si è ripreso a discutere sui sistemi migliori per rendere possibile un maggiore afflusso in Europa di capitali privati americani. Non volendo dare altri aiuti ai governi europei, al di fuori di quelli previsti per gli armamenti, e non riuscendo a vincere le resistenze che incontra ogni proposta di ridurre la protezione doganale, per consentire agli europei di procurarsi i dollari, di cui hanno bisogno, vendendo una quantità maggiore di merci agli Stati Uniti, il governo di Washington da diversi mesi cerca di spingere su questa strada; per ora, però, con scarsissimi risultati. I banchieri americani non si fidano: la situazione politica nel nostro continente non è affatto tranquilla, in confronto ai pericoli di espropriazioni, convulsioni sociali, rivoluzioni e guerre, ed i governi europei, volendo mantenere il controllo sui cambi, non sono disposti a dare ai capitalisti americani garanzie sufficienti di poter, in qualsiasi momento, quando lo desiderino, trasformare in dollari e ritirare in America i dividendi, gli interessi, ed anche i loro capitali.
Sul Corriere della Sera del 18 febbraio scorso è comparso un ottimo articolo, in cui il prof. Bresciani Turroni, con la consueta chiarezza, ha spiegato quali vantaggi possono ritrarre i paesi poveri dall'afflusso di capitali dei paesi più ricchi. In genere si può dire che, aumentando le disponibilità di materie prime e di strumenti tecnici, quest'afflusso accresce le possibilità di impiego della mano d'opera e la produttività del lavoro, sicché la ricchezza dei paesi debitori ne risulta accresciuta, anche quando venga calcolata al netto dai disinvestimenti e dal compenso ai capitalisti stranieri. Basta ricordare quale conributo diede il capitale straniero allo sviluppo dell'economia italiana fino alla prima guerra mondiale per avere la più convincente conferma di questa teoria.
Io, però, ho scarsa fiducia - in un mondo impazzito come il mondo in cui oggi viviamo - l'afflusso di capitali stranieri possa ancora apportare i benefici che dava quando i prestiti e gli scambi internazionali eran conclusi fra privati, guidati esclusivamente dal loro tornaconto, le monete erano senza difficoltà convertibili l'una nelle altre, il gold standard manteneva automaticamente le oscillazioni dei cambi entro i punti dell'oro, e nessun governo si sognava neppure di «congelare» i crediti esteri e di far pagare le esportazioni ai contribuenti per meglio «vendere senza comperare».

A me sembra oggi molto difficile che si possano sopprimere tutte le limitazioni al trasferimento dei profitti dei capitali americani in Italia - come propone Bresciani Turroni - senza contemporaneamente smantellare la intera farraginosa nostra macchina burocratica per il controllo sui cambi. Siamo disposti a questo? Dio lo volesse, ma ma ne dubito assai, e temo che - se mantenessimo ancora in funzione quella macchina - gli investimenti privati americani in Italia costituirebbero una ragione di maggiori difficoltà e di maggiori attriti, invece di condurre ad una più stretta cooperazione economica fra l'America e il nostro paese.
Ed ho anche altri timori più gravi.
Il primo è che il nostro governo, per aumentare l'incentivo agli investimenti americani, conceda delle agevolazioni fiscali che, in pratica, servano soltanto a rendere più facile la evasione dalle imposte ai nostri grandi industriali. Non dovremmo dimenticare, a questo proposito, l'esperienza fatta col decreto 6 dicembre 1937, n. 2375, che aveva pure la stessa giustificazione di voler attirare i capitali stranieri in Italia. I nostro grandi industriali emisero all'estero i titoli delle loro società per farli poi rientrare col beneficio del trattamento fiscale di favore.

«Nei provvedimenti di concessione delle esenzioni fiscali venivano previste sanzioni a carico delle società emittenti di obbligazioni all'estero, nel caso che contravvenissero al divieto di far circolare in Italia i titoli in parola - si legge, a pagina 72, del Rapporto sui problemi monetari della Commissione economica all'Assemblea Costituente (Roma, 1946). - Ma è pure avvenuto che molti cittadini in Italia hanno acquistato queste obbligazioni ed il Fisco non ha potuto prendere alcun provvedimento a carico delle società emittenti, che erano rimaste completamente estranee all'abusivo rientro dei titoli nel paese».

Il secondo timore è che, sempre per aumentare l'incentivo agli investimenti esteri, il nostro governo garantisca direttamente o indirettamente, la loro produttività. In tale caso molto facilmente esso vorrebbe anche scegliere i gruppi industriali che meritano la garanzia, e - come il solito - questa scelta sarebbe poi fatta con criteri politici (cioè per disporre di nuove fonti di finanziamento a vantaggio di certi giornali e di certi partiti e per addomesticare gli oppositori), piuttosto che con criteri economici. In tutti i modi, i risultati di questa politica sarebbero che gli americani si porterebbero via i profitti, se le industrie andassero bene, e scaricherebbero sui contribuenti italiani le perdite, se andassero male. È un gioco in cui si sono già da un pezzo specializzati i nostri capitalisti. Non ci conviene aggiungere agli specialisti nostrani in questa materia gli specialisti stranieri.

Infine c'è da temere che i banchieri americani, seguendo l'esempio dei banchieri italiani, preferiscano, per i loro investimenti, alle industrie sane - che meglio corrispondono alle condizioni ambientali, alla posizione geografica e alle particolari capacità del popolo italiano - le grandi industrie monopolistiche e parassitarie, che, per «ragioni sociali», sono ormai completamente al riparo da ogni rischio di fallimento e che danno maggiore sicurezza di reddito, perché possono sfruttare i consumatori nazionali dietro le trincee della politica autarchica, con gli innumerevoli privilegi loro assicurati dal governo (licenze di importazioni, premi di esportazione, esenzioni tributarie, contributi a carico del Tesoro, consorzi obbligatori, credito di favore, forniture statali a prezzi maggiorati, concessioni di sfruttamento delle acque pubbliche, ecc. ecc.). Se ciò avvenisse, gli investimenti americani in Italia, invece di rafforzare la nostra economia, contribuirebbero a distorcerla da quello che sarebbe il suo naturale sviluppo in regime di libera concorrenza, consoliderebbero ancora di più la posizione degli attuali «baroni» della industria italiana, interessando all'aumento della loro potenza i capitalisti americani, ed accrescerebbero gli ostacoli, che già incontra il faticoso processo di unificazione dei mercati europei nella resistenza dei gruppi parassitari incrostati attorno ai tronchi degli Stati nazionali.
Non vorrei essere frainteso. Con i dubbi e i timori sopra esposti non voglio dire che la strada dei prestiti privati americani sia da rifiutare senz'altro. Intendo solo affermare che non è più una strada piana, sicura, quale era una volta. Se si procedesse senza le necessarie cautele, invece di alleggerire i nostri mali, potremmo anche aggravarli.

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