Visualizzazione post con etichetta Sistema elettorale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sistema elettorale. Mostra tutti i post

sabato 18 febbraio 2012

Il collegio uninominale, una garanzia per i cittadini

Di Marco del Ciello.

Da almeno trent'anni in Italia si discute appassionatamente di riforme istituzionali e in questi decenni il Parlamento – e talvolta anche i cittadini per via referendaria – hanno approvato e bocciato importanti modifiche alla Costituzione e alle leggi elettorali, eppure il dibattito rimane ancora oggi vivo e attuale. Soprattutto sul metodo per eleggere i parlamentari si scontrano gli interessi e le visioni dei diversi partiti: tra chi mette al primo posto la stabilità degli esecutivi e chi privilegia invece la capacità di rappresentare fedelmente la consistenza delle forze politiche, manca però sempre il punto di vista dell'elettore medio, del cittadino comune che non ha troppo tempo da dedicare alla vita politica. Tra i partiti, solo i radicali hanno sempre e coerentemente rappresentato questo punto di vista, proponendo l'adozione dei collegi uninominali, pur consapevoli che questo sistema li avrebbe condannati a restare fuori dal Parlamento, cosa effettivamente accaduta tra il 1996 e il 2006. E lo hanno fatto non per masochismo, ma perché sanno che proprio il collegio uninominale garantisce meglio di tutti gli altri sistemi elettorali i diritti politici del cittadino, istituendo un legame diretto tra l'elettore e il suo rappresentante. Se il collegio è abbastanza piccolo, diciamo tra i cinquanta e i centomila aventi diritto, il parlamentare dipende per la sua rielezione da un gruppo di poche migliaia di individui, che vivono nella stessa città o nello stesso quartiere, condividono lo stesso ambiente, gli stessi problemi, spesso anche la stessa sensibilità umana e politica. Quasi ogni comunità locale, incluse le minoranze linguistiche di cui è ricco il nostro paese, avrebbe così la possibilità effettiva di nominare un proprio fiduciario nella massima istituzione, di controllare il suo operato e di premiarlo o sanzionarlo ogni cinque anni sulla base del suo operato. E non servirebbero ulteriori accorgimenti legislativi per ottenere questo risultato: lo stesso parlamentare avrebbe infatti un forte interesse a passare più tempo possibile nel suo collegio, a mantenere un contatto regolare con i suoi elettori, anche potenziali, e a rendere conto della sua attività istituzionale. Solo così, infatti, potrebbe sperare di conservare il suo posto nel tempo. Ai partiti e ai loro leader rimarrebbe l'importante compito di selezionare i candidati, attraverso le primarie o altri meccanismi di loro scelta, di proporre insomma le persone che ritengono più indicate per quel ruolo, ma i cittadini avrebbero sempre l'ultima parola: potrebbero al limite anche rifiutare i candidati di tutti i partiti e indirizzare le loro preferenze su un indipendente, magari una persona priva di legami con il Potere con la p maiuscola, ma conosciuta e apprezzata dai suoi concittadini per le qualità che possiede. Difficile però che con questo sistema un partito candidi qualcuno completamente sconosciuto o inviso alla popolazione locale, sarebbe contro il suo stesso interesse.

I radicali, pur essendo l'unico partito che propone il collegio uninominale, non sono mai stati soli nella loro battaglia e, anzi, hanno spesso trovato il sostegno di parlamentari di altri partiti, intellettuali e soprattutto semplici cittadini. Negli ultimi tempi hanno anche contribuito a fondare una vera e propria Lega per l'Uninominale (attualmente presieduta da Marco Pannella, Antonio Martino e dal costituzionalista Fulco Lanchester), che ha saputo raccogliere nel corso dei mesi adesioni trasversali, da Ignazio Marino e Michele Salvati a Mario Baldassarri e Angelo Panebianco. La Lega si riunirà in un'assemblea aperta al pubblico lunedì prossimo a Roma, per decidere come intervenire nel dibattito sulla legge elettorale che si sta riaprendo in Parlamento proprio in questi giorni. Un dibattito in cui per adesso solo i radicali, come sempre, si fanno carico di rappresentare gli interessi e il punto di vista degli elettori.

Appuntamento lunedì 20 febbraio alle ore 9:00, presso Palazzo Santa Chiara (ex Teatro dei Comici) in piazza di Santa Chiara 14 a Roma.

www.radicalisenzafissadimora.org

sabato 11 giugno 2011

Norme sociali, mercato e informazione

Nel corso dell'ultima edizione del Festival dell'Economia di Trento (2-5 giugno 2011) Emiliano Silvestri, giornalista di Radio Radicale e tesoriere dell'Associazione Radicali Senza Fissa Dimora, ha intervistato Alessandra Fogli, ricercatrice presso la Minnesota University, a proposito di norme sociali, mercato e informazione.



La ricerca economica cerca di isolare l'effetto delle norme sociali da quello dell'economia e delle istituzioni. Le norme sociali, influenzate da esperienze personali, sono maggiormente influenti in assenza di mercato. In Italia le lobbies sono più importanti del voto dei cittadini. Cosa c'è di strano nel modello italiano? Non sappiamo introdurre più concorrenza e più mercato, ci accontentiamo quindi dei tagli lineari. L'Italia non può più permettersi privilegi; deve introdurre meritocrazia e concorrenza altrimenti saranno vincoli esterni a imporre riforme e modifiche delle norme sociali. Sembra esserci un caso mediterraneo che accomuna Italia, Grecia e Portogallo. Vivendo all'estero, i nostri telegiornali sono incredibilmente focalizzati su diatribe interne al sistema politico; tutti notano uno scollamento tra classe politica e società. Ci vogliono persone, come Pannella, che prendano rischio, facciano delle scelte coraggiose per creare informazione e un modello culturale per altre persone. In Italia è difficile perché anche la stampa non segue le regole di mercato. Sarebbe importante una riforma elettorale; il politico deve rispondere al suo elettorato, non al leader, il cui compito non è dare ordini ai caporali. Forse in Italia si è persa la fiducia nelle istituzioni e nella politica.

www.radicalisenzafissadimora.org

sabato 14 maggio 2011

Come funziona il sistema elettorale delle comunali?

Di Marco del Ciello.

Domani e dopodomani i cittadini milanesi, così come quelli di tante altre città con più di 15.000 abitanti, si recheranno alle urne per scegliere il loro nuovo sindaco e per rinnovare il consiglio comunale. Ma forse non tutti gli elettori sanno con esattezza come funziona il sistema elettorale delle comunali, cioè quel meccanismo che permette di tradurre i voti in eletti.

Il sindaco viene eletto con un maggioritario uninominale a doppio turno. In pratica, se un candidato raggiunge il 50% + 1 delle preferenze, viene immediatamente eletto, in caso contrario si procede a un secondo turno di ballottaggio a distanza di due settimane. Al ballotaggio accedono i due candidati che hanno conquistato il maggior numero di voti al primo turno e vince chi conquista più elettori, anche se non necessariamente più del 50%. Questo meccanismo assicura che il vincitore goda di un ampio consenso tra gli elettori, ma ha lo svantaggio di costringere spesso gli elettori a un doppio sforzo a distanza di pochi giorni.

I posti all'interno del consiglio comunale vengono invece assegnati sulla base di un sistema proporzionale a circoscrizione unica, corretto con soglia di sbarramemto e premio di maggioranza. La formula adottata è quella dei divisori d'Hondt, dal nome del matematico che l'ha ideata. Accedono alla ripartizione dei seggi solo quelle liste o quelle coalizioni di liste che abbiano raccolto almeno il 3% dei voti. Alla lista o coalizione che ha ottenuto il maggior numero di voti, anche se non necessariamente il 50% + 1, vengono assegnati il 60% dei seggi, mentre tutte le altre liste e coalizioni che abbiano superato lo sbarramento del 3% devono accontentarsi del rimanente 40%.

Il numero di voti, in valore assoluto, ottenuto da ogni lista viene diviso per 1 e la lista che ha così il numero più elevato ottiene un seggio. Dopo questa operazione si procede a una nuova divisione, ma questa volta per 2 e di nuovo la lista che ha il numero più elevato ottiene un seggio. I divisori successivi sono 3, 4, 5, 6 e così via. Si procede con le divisioni finché tutti i seggi non sono stati assegnati. Naturalmente è anche possibile che qualche lista rimanga del tutto esclusa dall'assegnazione dei seggi. Tra i candidati all'interno delle liste vengono eletti coloro che hanno ottenuto il maggior numero di voti di preferenza, indipendentemente dall'ordine di lista. Si tratta di un meccanismo che, apparentemente, garantisce un'ampia rappresentanza, ma in realtà penalizza i partiti minori a tutto vantaggio di quelli grandi.

www.radicalisenzafissadimora.org

mercoledì 13 ottobre 2010

Che cos'è e come funziona il sistema australiano. Breve guida agli antipodi elettorali

Di Marco del Ciello.

Il fallimento del cosiddetto “porcellum” ha riportato al centro del dibattito politico la legge elettorale. I radicali sostengono da sempre un sistema basato su collegi uninominali, da ultimo dando la propria adesione alla Lega per l'Uninominale voluta da Pietro Ichino e Mario Baldassarri. Ma se c'è un campo dove la fantasia umana si è esercitata senza limiti è proprio quello dei sistemi elettorali. E quindi, fermo restando il collegio uninominale, sono possibili modelli anche molto diversi tra loro. Negli ultimi tempi sta guadagnando sempre più consensi tra opinionisti e commentatori il sistema a voto alternativo in uso in Australia, che rappresenta una mediazione tra i più noti inglese (turno unico) e francese (doppio turno).

Ma come funziona il sistema australiano?

L'elettore si trova di fronte un elenco di candidati che deve ordinare secondo la sua preferenza, dal primo all'ultimo, pena la nullità del voto. Se uno dei candidati ottiene la maggioranza assoluta (50% + 1) delle prime preferenze, cioè è al primo posto nell'elenco delle preferenze della maggioranza dei votanti, viene automaticamente eletto. Se nessuno raggiunge la maggioranza assoluta, si procede a un secondo conteggio, in cui il candidato meno votato viene escluso e le seconde preferenze dei suoi elettori vengono redistribuite ai rispettivi candidati. Se anche così, nessuno raggiunge la maggioranza assoluta, si procede a ulteriori conteggi, escludendo di volta in volta il meno votato e ridistribuendo le “sue” seconde preferenze, finché appunto qualcuno non raggiunge la maggioranza assoluta e viene di conseguenza eletto.

Rispetto al sistema inglese, il voto alternativo garantisce che l'eletto abbia il consenso della maggioranza assoluta degli elettori e non solo di una maggioranza relativa. Rispetto al sistema francese, evita di chiamare gli elettori alle urne per due volte nel giro di pochi giorni. Mantiene il carattere maggioritario tipico dei sistemi elettorali, ma penalizza le formazioni estremiste, anche dove abbiano un forte radicamento territoriale.

www.radicalisenzafissadimora.org